«Purché non si pensi!»: siamo diventati spettatori passivi, ipnotizzati da realtà senza collegamenti e senza voglia di pensare

conformismo-massificazione.jpg«Come è possibile?» (Lc 1,34) Questa domanda posta all’Arcangelo Gabriele da Maria di Nazareth, ci sembra un autorevole invito al diritto di essere insieme credenti e pensanti. Uomini e donne di fede, che il proprio cervello e la propria capacità di discernimento non li hanno mandati per nulla al macero.

Tutto ciò potrebbe sembrare ovvio se non vivessimo in tempo strani che, oltre ad un volgare conformismo, non ci consigliano di andare. E chiamiamo questo conformismo “buon senso”, “saper vivere” e persino lealtà alla patria, o addirittura “fede”.

Così siamo giunti al punto che manifestare un desiderio di conoscere e riflettere, di pensare, oppure dichiarare di avere un punto di vista diverso da quanto ogni autorità ci propone, significa candidarsi al sospetto. Come minimo, si rischia di trovarsi ai margini del proprio gruppo.

L’attuale sistema ha come presupposto che qualcuno pesi e giudichi per tutti. Ed allora, l’ordine interiorizzato, e che nessuno verbalizza, ma che scivola indisturbato nelle pieghe di ogni coscienza è: «Non pensate, gente, non pensate, ricordatevi di non pensare, pensare stanca, è inutile, pensa uno per tutti e vi protegge dal vostro stesso pensiero…».

Così viviamo tempi di conformismo coatto. Se vogliamo essere tranquilli, siamo invitati a metterci tutti in divisa, ad essere senza volto. Scriveva Karl Jaspers: «E’ possibile spiegare tutto, senza nulla comprendere». Proprio quanto ci sta accadendo. Crediamo di sapere tutto senza comprendere nulla.

Da ciò ne discende uno stile di vita che rifugge quasi per istinto dalla complessità dei problemi. Tutto è semplice, tutto ha una soluzione, purché non si pensi e non si dica a nessuno che la vita è rischio, scommessa, impegno, progetto di costruire insieme qualcosa di bello e sensato.

Il ministro ordinato non ne è immune. Spesso è disinformato su cosa succede attorno a lui o nel mondo. Sa solo, come tutti, quello che gli fanno sapere i padroni dell’informazione. Sprovvisto di canali di controinformazione e se osa avanzare qualche sua idea sulla squadra del cuore, forse è già tanto!

doubt6.jpgA questa situazione, sembrano contribuire almeno due fattori. Il primo: anche nella chiesa-istituzione (come in ogni istituzione), l’apporto individuale, la voglia di rendersi conto, il domandarsi «come è possibile?», il dubbio, la creatività o la criticità, rischiano di essere visti come elementi di disturbo. Il secondo: riflettere e pensare, anche individualmente, costa troppa fatica ed esige tempo. 

Molto più semplice rimuginare su valori astratti da applicare nella vita di tutti i giorni, senza guardare in faccia a nessuno. Ci si scopre, così, attaccati alla lettera, fino all’esasperazione, senza nessuna elasticità di mente e tento meno di cuore, inflessibili, ritenendo che la verità può esistere anche senza amore.

Tra i preti serpeggia anche l’idea che la propria riflessione non serva a niente. Tanto, arriva tutto già preconfezionato. Egli sa cosa deve fare, cosa deve dire nelle prediche domenicali, quali sono i servizi religiosi che deve garantire, quali i buoni e quali i cattivi, gli atteggiamenti pericolosi e quelli sicuri, la retta dottrina e quella che odora di eresia.

Forse si sta dimenticando che studiare, approfondire, interrogarsi, interrogare, confrontarsi col pensiero altrui non è mai un mero esercizio intellettuale. E’ parte integrante di quella interiorità che ci fa sentire unici agli occhi di Dio. Se Dio avesse voluto solo ubbidienza non ci avrebbe fatti pensanti e liberi perfino di pensare o no.

Se il vangelo, se la Chiesa ci vuole testimoni, dobbiamo anche chiederci “testimoni di che”. Di una osservanza di regole che nessuno sente come proprie, ma che devono essere rispettate ad ogni costo? Oppure di una vita in cui la regola esterna è solo il fenomeno prezioso «dell’interna legge della carità e dell’amore che lo Spirito santo suole scrivere nei cuori»?

Se il prete vuole dire qualcosa in nome di Dio deve tornare a meditare, a pregare, a confrontarsi, a cercare. Deve tornare, ogni giorno, a pensare, a sentire, ad oltrepassare la banalità degli imbonitori di turno sui fatti che accadono, se vuole essere fratello dei figli di Dio.

Se ci immergiamo nella storia e nella Parola, se ritroveremo il gusto di essere credenti e pensanti, non ci sentiremo mai lacrimosi Geremia, e sapremo per intima esperienza che nulla può incatenare alla disperazione, o alla mezza umanità, o all’apparenza di chi dice molte parole perché non ha nessuna “Parola” da comunicare.

Solo così le omelie finiranno di diventare sempre più ripetitive e stantie, spesso prigioniere di un linguaggio invecchiato o basato su un gergo intra-ecclesiale (il cosiddetto ecclesialese), che risente del mancato dialogo con le fonti più qualificate della cultura contemporanea e che non parla alla gente.

In questo contesto non stupisce che anche la pastorale risenta di questa carenza di consapevolezza e riflessione. Le comunità parrocchiali sono, da questo punto di vista, un esempio emblematico. Nella maggior parte di esse si lavora moltissimo, E’ una girandola di riunioni, messe, celebrazioni, attività di ogni genere, che estenuano il parroco e mettono a dura prova la resistenza dei cosiddetti “laici impegnati” che lo aiutano.. Le parrocchie, così, si riducano spesso a stazioni di servizio dove si amministrano sacramenti e che vengono frequentate periodicamente da un certo numero di “clienti”, allo stesso titolo dei supermercati.

Se poi si va a vedere qul è il livello di maturità dei praticanti che la domenica affollano la chiesa, ci si accorge del bassissimo grado di approfondimento della visione di fede a cui la maggior parte di loro è pervenuta. Questi cristiani, per lo più, pensano e operano (in famiglia, nel lavoro, nella società, nello svago) esattamente come tutte le persone del loro ambiente. Essi non riescono ad andare oltre il ritualismo e le nostre comunità spesso non offrono nulla che li possa sottrarre a questa condizione.

Anche a livello più generale, si ha l’impressione di un eccesso di frasi fatte, di slogan che dovrebbero orientare la vita delle nostre Chiese, ma che si succedono a tale velocità da rendere impossibile intenderne e mediarne il significato. Si passa di convegno in convegno, di raduno di massa in raduno di massa, e i tempi intermedi finiscono per essere destinati a citare quello precedente e a organizzare in fretta la partecipazione a quello successivo.

Se vogliamo aiutare una società che ha smesso di pensare in profondità, forse avremmo bisogno di fermarci, per riscoprire noi stessi l’essenziale. Ciò richiede un’ascesi, non solo sul piano fisico, ma su quello spirituale. Le statue si fanno togliendo materiale, non aggiungendone. Ciò vale per ogni essere umano, in questa società troppo opulenta e vale anche per la Chiesa. Si tratta di rinunciare coraggiosamente alla logica dell’attivismo, per ristabilire gli spazi del silenzio, della pacata riflessione, del dialogo fraterno.

Proprio come quel Gesù di Nazareth che continuamente invitava i suoi amici a vedere, guardare, essere furbi, valutare, pensare, essere affamati ed assetati di giustizia, mentre, per conto suo, passava le sue notti a cercare sempre di nuovo la sintonia con quel Padre la cui volontà era suo cibo.

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«Purché non si pensi!»: siamo diventati spettatori passivi, ipnotizzati da realtà senza collegamenti e senza voglia di pensareultima modifica: 2012-10-27T10:51:40+00:00da kattolika177
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