Vangelo della XXVIII Domenica – Anno C – «La tua fede ti ha salvato!».

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Dal Vangelo secondo Luca (17,11-19)

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.

Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». – Parola del Signore.

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gesù-03.jpgCOMMENTO DI DON BRUNO MAGGIONI

Saper riconoscere l’azione di Dio

Contrariamente alla mentalità diffusa del suo tempo, mentalità che aveva qualche radice nella stessa legislazione del Levitico, Gesù (Lc 17,11-19) non considera il lebbroso come un maledetto, come un impuro: il lebbroso è amato da Dio ed è raggiunto dalla sua salvezza. È già un primo insegnamento. Ma subito un secondo: i lebbrosi sono inviati dai sacerdoti prima ancora di essere guariti: «Appena li vide Gesù disse: andate a presentarvi ai sacerdoti. E mentre essi andavano, furono sanati» (v. 14).

Con questo l’evangelista vuole indubbiamente sottolineare la fede e l’abbandono fiducioso di quei lebbrosi: ubbidiscono prima di vedere, prima di constatare. La guarigione si direbbe conseguenza di questa totale fiducia. È un insegnamento importante: l’azione di Dio richiede sempre un ambiente di fiducioso abbandono. Neppure questo, però, è l’insegnamento che a Luca preme maggiormente. Il movimento del racconto mette fortemente in luce un altro particolare: dieci furono guariti, ma uno solo tornò a ringraziare, ed era uno straniero, un samaritano. Questo è il punto che Luca vuole porre in evidenza: un samaritano fa sfigurare i giudei. Non è l’unica volta che Luca sottolinea tale motivo: una prima volta Gesù si meravigliò della fede di un pagano, una fede che, invano, si sarebbe cercata in Israele (Lc 7,9); una seconda volta Gesù presentò un samaritano come un modello di carità, che sa preoccuparsi di un ferito sconosciuto (Lc 10,30).

Nel nostro racconto il samaritano guarito è presentato come colui che ha capito la realtà profonda della salvezza: una salvezza gratuita, dono, di fronte alla quale deve nascere la gratitudine. Inoltre il samaritano non ha capito solo la gratuità della salvezza, ma anche che in Gesù gli si è fatto incontro il regno di Dio. Ha capito qualcosa del mistero di Gesù. A differenza dei profeti, semplici strumenti nella mani di Dio, Gesù può e deve essere ringraziato. Qui sta la differenza fra l’episodio della guarigione di Naaman Siro (prima lettura) e la guarigione del samaritano: Naaman non deve ringraziare il profeta, ma riconoscere l’unico Dio. Gesù invece accetta il ringraziamento: Egli è più di un profeta. A questo punto siamo in grado di cogliere il significato conclusivo del racconto: «Alzati e va’: la tua fede ti ha salvato» (v. 19). Il samaritano già prima era stato raggiunto dalla potenza di Dio e guarito insieme agli altri nove: ma solo ora è dichiarato «risorto» (alzati: anastàs) e «salvato». La guarigione dalla lebbra non era la salvezza, bensì il segno che avrebbe dovuto aprire il cuore alla fede, cioè a capire la gratuità dell’azione di Dio, fattasi a noi presente in Gesù: questa comprensione (e non semplicemente la fiduciosa speranza nel miracolo della propria guarigione) è la fede (pistis) che salva.

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bianchi.jpgCOMMENTO DI ENZO BIANCHI

Nella sua salita a Gerusalemme Gesù attraversa la Samaria e la Galilea, e mentre passa in un villaggio gli vengono incontro dieci persone affette da lebbra. È noto che nell’Israele antico il lebbroso era l’emarginato per eccellenza, colpito da una malattia avvertita non solo come ripugnante, ma anche – così purtroppo si pensava – strettamente connessa al castigo di Dio per i suoi peccati (cf. Nm 12,14); per questo egli viveva fuori dalle città, in luoghi deserti, in una solitudine disperata (cf. Lv 13,45-46). Ecco perché questi malati non osano neppure avvicinarsi a Gesù, ma di lontano lo implorano: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!», confidando nella sua com-passione.

Gesù, come già aveva fatto in un caso analogo (cf. Lc 5,14), invita i lebbrosi a presentarsi ai sacerdoti, obbedisce cioè alla Legge mosaica, rinviando all’autorità religiosa alla quale spetta di certificare l’avvenuta guarigione delle persone e di riammetterle nel consesso sociale (cf. Lv 13,16-17; 14,1-32). «E mentre essi erano per via, furono purificati»: tutti e dieci sono guariti, eppure uno solo riconosce che ciò è avvenuto grazie alla potenza di Gesù, e per questo ritorna indietro «lodando Dio a gran voce e prostrandosi ai piedi di Gesù per rendergli grazie». Recandosi da Gesù senza andare prima al tempio a mostrarsi ai sacerdoti, egli confessa che ormai la presenza di Dio ha trovato nella persona di Gesù il suo tempio (cf. Gv 2,21), la sua manifestazione piena e definitiva.

Dopo aver constatato con un certo stupore che uno solo su dieci – e per giunta un samaritano, il «nemico» religioso per i giudei, il credente scismatico ed eretico (cf. Lc 9,53) – è tornato per «rendere gloria a Dio», Gesù sa interpretare in profondità l’evento che si svolge sotto i suoi occhi e afferma: «La tua fede ti ha salvato». Egli stabilisce uno stretto legame tra la fede di quest’uomo, che sa riconoscere e accogliere la salvezza portata da Dio, e la sua capacità di rendere grazie. Se infatti la fede è relazione personale con Dio, la dimensione dell’azione di grazie non è solo risposta puntuale a eventi in cui si discerne la presenza e l’azione di Dio nella propria vita né riguarda solo la forma esteriore di alcune preghiere, ma deve coinvolgere tutta la persona. Alla gratuità dell’agire di Dio verso l’uomo risponde il riconoscimento del dono e la riconoscenza, la gratitudine di chi riconosce che «tutto è grazia», che l’amore del Signore precede, accompagna e segue la sua vita.

Le parole di Gesù sulla fede di quest’uomo significano inoltre che la salvezza è veramente tale se la si celebra: il dono di Dio è accolto quando per esso si sa ringraziare, ovvero riconoscerne e confessarne l’origine. Per questo il cuore della fede cristiana è l’eucaristia, che – non lo si dimentichi – significa proprio «rendimento di grazie»; il posto centrale dell’eucaristia ci ricorda che il culto cristiano consiste essenzialmente in una vita capace di rispondere con gratitudine al dono inestimabile di Dio, il dono del Figlio Gesù Cristo che il Padre, nel suo immenso amore, ha fatto all’umanità (cf. Gv 3,16). E così alla sequela di Gesù Cristo, l’uomo che ha saputo fare dell’intera sua vita una risposta all’amore preveniente del Padre fino a offrirla puntualmente nel segno del pane e del vino, i cristiani rendono grazie a Dio facendo della loro esistenza un’eucaristia vivente. Di fronte al dono di Dio si può solo rispondere cercando di divenire donne e uomini eucaristici (cf. Col 3,15; 1Ts 5,18), capaci di vivere «nel rendimento di grazie» (1Tm 4,4); i cristiani dovrebbero essere coloro che «rendono continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore Gesù Cristo» (cf. Ef 5,20).

Il rendimento di grazie è dunque l’atteggiamento radicale di chi apre ogni giorno la trama della propria esistenza all’azione di Dio, fino a predisporre tutto affinché Dio stesso, colui che vuole per tutti gli uomini la vita piena (cf. Gv 10,10), trasfiguri la morte in evento di nascita a vita nuova. Come dimenticare che l’ultima parola di santa Chiara di Assisi fu: «Ti ringrazio, Signore, di avermi creata»? Sì, ogni giorno è per noi un dono dell’amore di Dio in Gesù Cristo!

Vangelo della XXVIII Domenica – Anno C – «La tua fede ti ha salvato!».ultima modifica: 2010-10-09T10:00:00+02:00da kattolika177
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