Neppure l’ultimo Hawking riesce a trovare Dio

hawking.jpgStephen Hawking è forse il più noto scienziato vivente, la sua popolarità può essere paragonata a quella di Albert Einstein. Da quando ha scritto il celebre «Dal Big Bang ai buchi neri», Hawking ha sfondato il muro della notorietà tutta interna al mondo della scienza ed è penetrato nel nostro immaginario collettivo.

Come lui stesso ha riconosciuto, deve molto della sua notorietà e del successo editoriale a una frase calata lì quasi per celia alla fine del suo primo best seller e ormai divenuta famosa: «Se perverremo a scoprire una teoria completa [del tutto], allora conosceremo la mente di Dio». Qualche anno dopo Hawking ha affermato di essere stato sul punto di tagliare questa frase, ma poi decise di non farlo. Il fatto che non abbia eliminato questo «explicit» non è casuale, ma dipende da un dato oggi ormai chiaro a tutti i suoi attenti lettori: Hawking ha assunto il problema di Dio come uno dei principali argomenti di riflessione e di discussione. E per lui, come per molti altri fisici e cosmologi, la questione dell’esistenza di Dio è direttamente connessa con l’origine dell’Universo, vale a dire con l’interrogativo capitale sulla necessità o meno di postulare la presenza di un Creatore intelligente per spiegare il cosmo.

La stessa teoria del Big Bang quale spiegazione del momento iniziale di tutto ciò che esiste, se collegata col fatto che – come ha scritto lo stesso Hawking – «qualsiasi modello ragionevole di universo deve iniziare con una singolarità», con una condizione o con un evento unico nella storia dell’energia-materia, pone inesorabilmente la questione se il cosmo poteva generarsi da sé, se l’ordine cosmico che osserviamosi giustifica da sé oppure richiede di ricorrere all’intervento esterno! A più riprese è in diversi scritti Stephen Hawking si è sforzato di trovare una risposta e lo ha fatto in una chiave che sembra più interessata a risolvere un problema metafisico o teologico piuttosto che a fornire una teoria fisica convincente.

Non fa eccezione rispetto a questo dato l’ultimo saggio divulgativo (scritto col contributo del fisico statunitense Leonard Mlodinow) intitolato «The Grand Design», di prossima uscita anche da noi. Ripercorrendo rapidamente la storia delle conoscenze note di fisica e cosmologia, con particolare riferimento alle teorie sulla gravità e della meccanica quantistica, Hawking e Mlodinow sostengono che l’Universo non ha una singola storia bensì tante storie simultanee, che ogni cosa si sarebbe originata da fluttuazioni quantistiche,e ammettono la possibilità dell’esistenza di molteplici universi emersi dal «nulla quantistico». Tutto questo per concludere che il Big Bang sarebbe un’inesorabile conseguenza delle leggi della fisica, in particolare della gravità spiegata anche in termini quantistici con una «Teoria del Tutto» o «M-theory». In breve, per Hawking non sarebbe necessario «invocare Dio per mettere in moto l’Universo», perché bastano le conoscenze fisiche per capire che il cosmo può crearsi da se. Ma tanta sicurezza nel concludere che le leggi della fisica spiegano ormai tutto delle origini dell’Universo appare viziata da un eccesso di ottimismo, tanto più che ci troviamo nel campo di ipotesi (come la «M-theory») non ancora confermate. Sarebbe meglio dunque essere più cauti, tanto più che – come ha riconosciuto lo, stesso Hawking – per ora siamo in presenza di modelli matematici che «esistono soltanto nella nostra mente».

Neppure l’ultimo Hawking riesce a trovare Dioultima modifica: 2011-04-08T17:38:00+02:00da kattolika177
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