Caro Computer, non avrai mai una coscienza

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Ad ogni passo in avanti della tecnologia, regolarmente, il dibattito sull’intelligenza artificiale si espande e si rafforza il partito del computer cosciente, prossimamente sulla scena del mondo. L’ipotesi di macchine dotate di una coscienza – e perfino di un’anima – risale all’esatta metà del ’900 (Alan Turing), e nel corso degli anni si sono succeduti numerosi argomenti pro e contro l’idea. Coloro che la rigettano propongono argomenti di varia natura: semantica (John Searle), epistemologica (Thomas Nagel), fenomenica (Frank Jackson, David Chalmers). Coloro che la promuovono, dalla parte opposta, si basano su una calcolata fede tecnologica e, soprattutto, sulla consapevolezza di puntare su una scommessa che si può vincere, ma non si può perdere. Nessun argomento, infatti, può dimostrare che in futuro qualcosa non potrà in alcun modo accadere. A meno che non si tratti di un argomento di natura logica. Sì, perché la tesi dei computer con la coscienza è maculata da un vizio di forma logica, che un parallelismo storico, interno all’ambito della scienza, aiuta ad evidenziare. La traiettoria dell’idea del computer cosciente ha un analogo nel percorso compiuto, nella storia della scienza, dal concetto di ‘atomo‘.

Le sintesi divulgative sull’atomo sviluppano un modello standard, ben esemplificato da Joanne Baker in 50 grandi idee di fisica (Dedalo): «L’idea che la materia sia costituita da sciami di atomi microscopici risale al tempo degli antichi Greci; mentre però questi pensavano che l’atomo fosse il più piccolo costituente della materia e che fosse indivisibile, i fisici del XX secolo si resero conto che non era così e iniziarono a esplorare la sua struttura interna». Non è difficile accorgersi dell’equivoco, che sfocia nell’assurdo logico dell’indivisibile (atomo) diviso. Un’assurdità (purtroppo, non l’unica) che inspiegabilmente permane nel rigoroso ambito del linguaggio scientifico.

Ripercorriamo schematicamente le tappe che hanno ingenerato l’equivoco. Gli antichi Greci, tra il fisico e il metafisico, supposero l’esistenza, al fondo della materia, di particelle elementari non ulteriormente divisibili, atomi appunto. Così vollero i filosofi greci. Nel corso dell’Ottocento, chimici quali Avogadro e Mendeleev – forti di nuovi strumenti e di nuove tecniche – giunsero a studiare, e perfino a calcolare, un livello molto piccolo di materia, che codificarono ufficialmente come ‘atomico’, in modo erroneo però, perché, per quanto piccolo, quel livello si dimostrò essere nient’affatto ultimo e indivisibile. Un tale errore venne, per così dire, certificato, tra il XIX e il XX secolo, da fisici quali Thomson, Rutherford, Chadwik, che iniziarono quel processo di scissione dell’atomo che deve ancora trovare il suo compimento.

Ora – è da chiedersi –, tali fisici hanno realmente scisso l’atomo immaginato dagli antichi Greci? Quale colpa è imputabile ai filosofi greci se, dopo vari secoli, qualche scienziato ha attribuito quel nome ad uno pseudo-atomo, ovvero ad una particella che indivisibile non era? Gli antichi Greci non avevano denotato con la parola ‘atomo’ una determinata porzione di materia, ma solo postulato, al fondo della materia stessa, qualcosa di indivisibile.

Pertanto è logicamente insopportabile affermare che il ‘loro atomo’ sia stato diviso, perché se qualcosa è stato diviso quello non era il ‘loro atomo’, indivisibile per definizione. Ebbene, qualcosa di parallelo è accaduto al concetto di ‘coscienza’, in modo tale da aprire il dibattito ormai pluridecennale sulla possibilità dei computer coscienti. Quando i sommi filosofi greci approntarono quell’opera di organizzazione categoriale della realtà – ancora oggi in parte vigente –, ecco che, dinanzi alla specificità dell’essere umano, non trovarono di meglio che aggiungere, tra il fisico e il metafisico, una qualità di più alto livello (razionalità) a ciò che contraddistingueva il genere dei viventi (anima). ‘Anima razionale’ denominò, così, quel qualcosa che l’uomo ha (ed è) e nessun altro ente possiede, la peculiarità esclusiva dell’essere umano, l’etichetta dell’uomo per distinguerlo da tutto il resto. In una parola, la sua essenza. Così vollero i filosofi greci. All’inizio dell’età moderna, il concetto di ‘anima’ cominciò a odorare troppo dell’incenso della Chiesa e fu sostituito da quello di ‘coscienza’. La coscienza, tuttavia, in quell’epoca, mantenne lo status tra il fisico e il metafisico che aveva l’anima razionale e non interruppe l’originaria linea concettuale. Una secca svolta avvenne invece – tralasciando gli stadi intermedi – nella seconda metà del ’900, allorché, come era successo con i chimici ottocenteschi nella storia dell’atomo, un nuovo genere di scienziati, nella fattispecie i neuroscienziati, forti di nuovi strumenti e di nuove tecniche, giunsero a ‘scorporeizzare’ la coscienza dall’uomo e a trattarla come un cosmo di numerose e variegate attività mentali: memoria, capacità di linguaggio, calcolo logico-matematico, empatia, attenzione e concentrazione, decodifica delle percezioni, desiderio, intenzione, scelta, credenza, valutazioni estetiche e morali e molto altro ancora. Con indagini chimiche, fisiche, elettriche, computazionali, fu studiata ciascuna di tali attività, separatamente e nelle interazioni con le altre.

Finalmente entrano in scena i computer che, su certune attività del neo-cosmo di coscienza introdotto dai neuroscienziati, rosicchiano sull’uomo sempre più terreno, mentre su altre la distanza è abissale – a favore dei computer. Poiché l’area di questo cosmo di coscienza è vieppiù coperto dall’intelligenza artificiale, viene ragionevolmente a porsi la domanda: potrà mai il computer coprirlo tutto?computer-prega.jpg

Potrà un giorno il computer essere cosciente? Posta la domanda in questi termini, la risposta non può che essere: sì, il computer potrà coprire tutto questo cosmo. Il problema è, però, che questa domanda corrisponde a: si può scindere l’atomo di Mendeleev? Certo, l’atomo – anzi, lo pseudo-atomo – di Mendeleev si poteva scindere ed è stato scisso, ma non l’atomo degli antichi Greci, perché esso è inscindibile per definizione. Analogamente, il computer potrà svolgere tutte le attività che i neuroscienziati hanno collocato nel ‘paniere’ della coscienza, dopo aver attuato il processo di scorporeizzazione della coscienza dall’essere umano, ma non potrà essere cosciente nel senso filosofico originario, che è venuto poi a sedimentarsi nella cultura generale fino ad oggi, ovvero quel senso che tutti intendono, eccetto i neuroscienziati che hanno operato, per motivi di studio, lo slittamento semantico descritto. Il computer non potrà mai essere cosciente per un motivo logico, non tecnologico. Tutto questo, in altra epoca, sarebbe apparso certo e perfino scontato.

Nella nostra epoca, però, non è più così, perché le categorie di pensiero dell’uomo contemporaneo non sono più sintonizzate sulla metafisica delle essenze. Oggi, si è ampiamente diffusa la metafisica dell’ibridazione, della contaminazione, del cedimento e della liquefazione dei confini. Anche il linguaggio ha corrispondentemente mutato il suo ruolo. Le parole non possono più avere un significato essenziale; il linguaggio deve essere sfocato come le cose, se ad esse vuol riferirsi; i confini semantici devono rimanere indefiniti come la luce di una lampada, da tavolo, che non si sa fin dove arriva e dove finisce.

In questo contesto, se il grado di esattezza scientifica raggiunto consente di dire che l’atomo è stato scisso, se in epoca largamente post­galileiana si pensa ancora di guardare il sole che tramonta, se nel linguaggio comune quello che si paga alle prostitute si dice ‘fare l’amore’, figuriamoci se ci si deve scandalizzare dell’espressione linguistica ‘computer coscienti’. Gli uomini sono coscienti di ciò. Più problematico, magari, sarà trasmettere questo criterio alle macchine. Se, infatti, si ‘insegna’ loro che il segno x significa a, ma anche b, nonché c, d… z, potrebbero insorgere fraintendimenti nel caricamento delle regole. Se, invece, optiamo per la via ‘essenzialista’ del linguaggio, allora la macchina difficilmente ‘accetterà’ che un atomo possa essere diviso e che se stessa (la macchina) possa avere la coscienza. Per dirla in paradosso, se un computer acquisisse il significato e il valore delle parole, comprenderebbe immediatamente che l’espressione ‘essere cosciente’ non lo riguarda; se acquisisse coscienza, sarebbe immediatamente cosciente di non essere cosciente. Riconoscerebbe che l’indivisibile diviso e la macchina cosciente sono due eccellenti ossimori, molto apprezzati nel linguaggio poetico, ma inaccettabili sul piano della logica.

Andrea Vaccaro su Avvenire

Caro Computer, non avrai mai una coscienzaultima modifica: 2011-04-11T00:05:00+02:00da kattolika177
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