Le ferite dell’aborto: guarire si può!

Arriva anche in Italia la “Vigna di Rachele”, percorso di elaborazione del lutto e di riconciliazione per chi ha vissuto l’esperienza dell’interruzione volontaria di gravidanza. Parla la coordinatrice Monika Rodman Montanaro

Io amavo mia figlia, la sogno ogni notte ed è il mio ultimo pensiero la sera e il primo della mattina. La mia bambina. Volevo morire dopo l’aborto. Ci ho provato. Niente, nemmeno la signora incappucciata mi ha voluta», scrive Simona in una lettera pubblicata su un sito web. Madre Teresa ripeteva che l’aborto è il più grande distruttore di pace. A partire da quella interiore: cancellare la vita di un figlio non desiderato davvero annienta la serenità del cuore, alimenta sensi di colpa, rimorsi e recriminazioni che durano anni, perfino decenni. Una persona cara scomparsa la si piange con lacrime a viso aperto. Il dolore di un aborto invece si nega, si nasconde, perfino a sé stessi, ed è anche per questo che brucia più a lungo. Molti psicologi o psicoterapeuti che hanno in cura donne vittime di depressione, disordini alimentari o tendenze autodistruttive scoprono che la radice dei disturbi sta proprio in una interruzione di gravidanza effettuata in passato. Donne che in età più matura hanno avuto altri figli e, di fronte alla realtà di un bambino in carne e ossa, rimpiangono perdutamente quello abortito in gioventù; coppie che hanno rinunciato a un terzo o a un quarto figlio e poi, dopo anni, sentono il peso insostenibile del lutto, come un macigno sulle loro vite e faticano persino a guardarsi negli occhi con la stessa tenerezza di prima, uomini che hanno indotto le fidanzate giovanissime ad abortire e anni dopo non si danno pace per essere stati così indifferenti, così cinici, così superficiali di fronte a una gravidanza che appariva come un dramma ma invece era forse la strada della felicità…

Non a caso lo chiamano il “lutto nascosto”: abortire sembra una soluzione facile, a portata di mano, che non lascia tracce, ma questa è una colossale bugia – e molte, troppe donne e uomini lo vivono sulla propria pelle -perché invece scava solchi profondissimi nell’animo, per quanto al momento di prendere la decisione si fosse convinti che fosse «l’unica cosa giusta da fare». “Guarire” da un aborto non è facile, dal momento che la cultura odierna fatica perfino a riconoscere le sofferenze che esso procura e la perdita che si vive, consciamente o inconsciamente. «Mi dicevano “è successo tanto tempo fa, passa oltre”, oppure “avrai altri figli, non piangerci ancora su” – racconta Elisa sul web — ma sentivo che queste frasi minimizzavano il mio dolore». In Italia sono in pochi a prendersi cura in modo specifico delle persone ferite dall’aborto – non solo donne ma anche uomini, fidanzati o mariti -: un paio di associazioni, qualche consultorio che sa leggere meglio di altri nel disagio di tanti pazienti… Un’iniziativa originale ed efficace che va in questa direzione sta muovendo i primi passi nel nostro Paese: è la “Vigna di Rachele“, un apostolato cattolico nato nel 1994 a Philadelphia, sviluppatosi in moltissime diocesi degli Usa e oggi presente in 20 Paesi del mondo. La “Vigna di Rachele” offre l’opportunità di staccarsi per tre giorni dalla quotidianità per concentrarsi su questo capitolo della propria vita, forse mai aperto perché troppo doloroso, ma che nel tempo ha prodotto conseguenze pesanti. Chi partecipa al ritiro, guidato da un’equipe che comprende una psicologa e un sacerdote, è invitato a esprimere le emozioni legate all’esperienza dell’aborto – rabbia, sensi di colpa, lutto – per continuare un «processo di recupero, rinnovo, riconciliazione e guarigione molto efficace per chi fatica a perdonate sé stessi e gli altri».

Finora in Italia sono stati organizzata due ritiri nel 2010 e altri seguiranno nel 2011. «La Chiesa è una delle poche voci che riconoscono in ogni aborto la perdita di una vita preziosissima e irripetibile, dunque è naturale che essa offra la cura pastorale a coloro che hanno vissuto quest’ esperienza», osserva Monika Rodman Montanaro, coordinatrice nazionale per l’Italia della “Vigna di Rachele”. Monika è una californiana poco più che 40enne, trasferitasi a Taranto da pochi anni, dopo il matrimonio con un italiano; figlia di un croato e di una polacca emigrati negli Usa, per 12 anni ha coordinato i servizi di assistenza post-aborto nella sua diocesi, quella di Oakland in California. Ora si sta impegnando perché l’apostolato la “Vigna di Rachele” venga proposto nel consultori cattolici, dopo un’attenta formazione degli operatori.

«Lo scriveva Giovanni Paolo II nella Evangelium Vitae – riprende Monika -: il Papa allora invitò le donne che hanno partecipato all’aborto a non perdere la speranza e di rivolgersi a Dio e alla Chiesa per riscoprire il volto misericordioso del Signore». Eccole, le parole profetiche di Papa Wojtyla: «Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita». E Benedetto XVI, nel 2007, invitò la comunità cristiana ad essere aperta «a dare il benvenuto a tutti coloro che si pentono di aver partecipato al grave peccato dell’aborto». Dunque, una donna che ha abortito può diventare tra i più «eloquenti difensori» del diritto alla vita. Purché riconosca e dia un nome a quella sofferenza senza nome, a quel rimpianto acuto di maternità. E purché trovi nella comunità cristiana misericordia e accoglienza. Così la “Vigna di Rachele”, spiega Monika Rodman Montanaro, «accompagna le persone ferite dall’aborto a un nuovo incontro con Gesù misericordioso. E questo trasforma la vita».

Così è accaduto ad Anna, una 40enne siciliana che ha partecipato a uno dei primi ritiri italiani. Vent’anni fa è rimasta incinta per due volte; la prima volta il fidanzato ha deciso per l’aborto, prendendo in mano l’intera organizzazione e non lasciando spazio ai suoi reali desideri. La seconda volta, avendo constatato quanto male aveva fatto ad Anna l’aborto precedente, il fidanzato le ha detto: «Decidi tu». Così Anna si è trovata esposta alle pressioni della madre, che le diede l’aut-aut: o ti sposi o abortisci. Poi l’ha trascinata in un clinica privata, lei è scappata ma dopo 15 giorni si è arresa. Anna non si è mai sposata, non ha avuto altri figli, vive ancora con la madre, per la quale in tutti questi anni ha covato un grande rancore, acuito dal fatto che lei non fa che chiederle di darle dei nipotini, sorvolando sul fatto che quando etano arrivati era stata proprio lei a respingerli. Nel weekend della “Vigna di Rachele” Anna ha rotto il silenzio che le stringeva il cuore, si è liberata dai rancori e dai sensi di colpa per non aver avuto abbastanza coraggio, ha fatto pace con sé stessa. E ha deciso di andare avanti. Da pochi mesi è andata a vivere all’estero, coronando un vecchio progetto di lavoro. Così è accaduto anche a Paola e Giorgio, genitori di due adolescenti, che alla terza, imprevista gravidanza, avevano pensato, «per il benessere degli altri due figli», di abortire. Da allora sono passati 10 anni e il rapporto tra i due coniugi non è stato più lo stesso: Paola ha avuto momenti di forte depressione, crisi di pianto e nascondeva la sua sofferenza al marito. Dopo tanti anni hanno incontrato per caso la “Vigna di Rachele” e hanno partecipato al ritiro. Dopo aver pianto e ricordato insieme il terzo figlio perduto, si sono perdonati a vicenda. E hanno deciso di iniziare un percorso per il matrimonio religioso.

Le ferite dell’aborto: guarire si può!ultima modifica: 2011-04-17T22:12:00+02:00da kattolika177
Reposta per primo quest’articolo