Ma che sapore ha una vita riuscita?

Sentirsi a casa nel mondo: ecco la “pienezza di vita” e il fine dell’educazione secondo il sociologo Sergio Belardinelli. Di Antonella Mariani

Cos’è quella “pienezza di vita” di cui parlano i vescovi nel loro Messaggio per la Giornata per la vita? E una vitariuscita, una vita che ha senso, che si conduce con soddisfazione, in cui si è contenti di esserci… Prova a definirla cosi, Sergio Belardinelli, docente di Sociologia dei processi culturali all’università di Bologna. Per lui, che ha collaborato con la Cei alla stesura degli Orientamenti pastorali 2010-2020, centrati sulla sfida educativa verso le nuove generazioni, il testo del Messaggio è particolarmente significativo. «Da Hanna Arendt – dice lo studioso marchigiano (vive nelle colline dell’entroterra pesarese) – ho imparato che lo scopo dell’educazione è quello di aiutarci a sentirci a casa nel mondo. Proprio così: sentirsi a casa nel mondo. E questo il dono più grande che ciascuno può ricevere, il dono che rende una vita riuscita e piena».

Sentirsi a casa nel mondo… questo, pare di capire, prescinde dalle condizioni materiali in cui si vive, non dipende dalla ricchezza o dalla povertà e nemmeno dalla salute o dalla malattia. Si tratta di una condizione dello spirito che varia da persona a persona. E così?

Sì, perché la felicità non risponde a un protocollo, né è frutto di condizioni prestabilite. Non è un caso che spesso le persone più felici sono quelle da cui ce lo aspetteremmo di meno e che le persone più infelici sono quelle di cui avremmo detto: ha tutto per essere felice. In ogni caso, la felicità, la pienezza hanno a che fare con la capacità di dare senso alla vita e a ciò che facciamo.

E come si acquisisce questa capacità?

Credo che tale capacità sia in realtà un dono. Essa dipende dalla fortuna che abbiamo avuto di incontrare persone che, amandoci, ci hanno trasmesso fiducia e gusto per la vita. La mancanza di queste persone è il male della nostra società. Mancano sui nostri ragazzi sguardi attenti e amorevoli, mancano educatori che colgano dietro tante apparenti normalità gli abissi di solitudine in cui vivono molti giovani e adolescenti.

I vescovi insistono sui tema dell’educazione, dicono che occorre fare crescere una “cultura della vita”. Ma oggi la Chiesa è rimasta pressoché l’unica a dire e ripetere che la vita è un dono. La mentalità comune sembra andare in una direzione opposta, quella della autodeterminazione, a partire dal concepimento…

Sì, un tempo era un dato acquisito che la vita fosse un dono. Dietro a questa affermazione c’era un patrimonio di cultura, nella quale trovava posto anche un forte senso di gratuità. In ultimo ciò significava che noi uomini non siamo responsabili fino in fondo di ciò che facciamo né di ciò che ci capita. Eravamo, in fondo, sgravati da tante responsabilità. Oggi invece si pretende di essere sempre padroni della situazione, in tutte le circostanze, perfino quando si tratta di mettere al mondo un figlio. E evidentemente una responsabilità sproporzionata alle nostre forze. Ecco allora che molte giovani coppie decidono di non mettere al mondo figli per un eccesso di senso di responsabilità. Non ci sono abbastanza soldi, non abbiamo ancora un lavoro sicuro o una casa adeguata, insomma meglio aspettare. E si rinuncia così a procreare.

La rivendicazione dell’autodeterminazione riguarda anche la morte. Cosa ne pensa?

L’idea di autodeterminazione è forse una delle più controverse del nostro tempo. Apparentemente essa sembra un segno della grandezza dell’uomo, ma in realtà è un segno dello svuotamento di ciò che è più umano. Nella volontà di tenere tutto sotto controllo si gioca la nostra frustrazione più profonda, quella stessa frustrazione che spinge tanti uomini e donne a rivolgersi a maghi, chiromanti e fattucchieri. Non è tollerabile che io non sappia se supererò quell’esame o se riuscirò a conquistare il cuore di quella donna. E invece le cose più essenziali della vita non dipenderanno mai da noi, saranno sempre imponderabili, indisponibili. Pensare la vita, dall’inizio alla fine, come un dono significa anche essere consapevoli di questa indisponibilità sostanziale di ciò che conta per davvero.

Forse allora è questo che oggi spaventa, il non poter controllare fino in fondo la vita?

Sì. Io credo che la vita sia bella a condizione che ci si concili con l’imponderabilità, l’incertezza, che, oltretutto, sono anche le dimensioni che danno senso alla nostra libertà. Non c’è niente di più umano e più bello dell’imprevedibilità. Come un bambino che nasce è una assoluta imprevedibile novità, cosi sono le nostre azioni libere: un modo di rinnovare il mondo. Non a caso il più grande segno di speranza e di fiducia nel mondo è sintetizzato dalle parole con le quali il Vangelo annuncia la lieta novella dell’Avvento: “Un bambino è nato per noi”. Ogni bambino, dovunque nasca, nasce per noi; rappresenta la novità che rompe la decrepitezza della vita, ridandole vigore. Questo ci fa capire quale tragedia simbolica si compia quando decidiamo di non far nascere un figlio già ‘concepito: ci dice di un mondo decrepito, che non ha più slancio ideale, un mondo senza futuro, senza speranza”.

Spesso, ascoltando alcune testimonianze di famiglie dove ci sono ammalati anche gravi, viene da pensare che loro sì, conoscono il significato della pienezza della vita. Perché questo?

E’ un tema che accosto con timore e tremore, perché quando ci sono situazioni limite bisogna sempre mettere nel conto una grande sofferenza. Eppure è vero: oggi un messaggio di speranza sembra venire dalle madri che accudiscono figli handicappati, da nipoti che accudiscono nonni anziani (ci sono anche questi), da famiglie che curano in casa parenti in stato vegetativo. È sorprendente come in queste situazioni emerga spesso una fiducia e una pienezza di vita, una capacità di godere della vita, che non si trovano invece nelle cosiddette condizioni “normali”. Una volta, quando era ancora cardinale, Benedetto XVI disse che siamo arrivati a un punto tale per cui, se vogliamo trovare un po’ di autentica umanità, bisogna andarla a cercare nelle situazioni limite: tra i carcerati, i disabili, i malati terminali. È una provocazione, certo. Però è pur vero che la maggior parte delle persone sembra oggi come assuefatta a un tran-tran vuoto e senza senso. Sono invece le persone, le famiglie provate dal dolore e dalla sofferenza che sembrano avvertire con più chiarezza il valore e la bellezza della vita, che sanno trasmettere in modo pervasivo serenità, dignità, amore. E anche solo a sfiorarle, se ne esce arricchiti. Queste famiglie, dunque, testimoniano la pienezza di vita.

Lo scrivono dei resto i vescovi: «È proprio la bellezza e la forza dell’amore a dare pienezza di senso alla vita e a tradursi in spirito di sacrificio, dedizione generosa e accompagnamento assiduo». Sono anche queste famiglie, accanto agli educatori veri e propri, a insegnare ai giovani il senso della vita. Basterebbe starle ad ascoltare, vederle, incontrarle…

Sì, in effetti, gli insegnamenti fondamentali su qualsiasi cosa avvengono soprattutto attraverso la testimonianza. La vita è ciò che accade mentre stai facendo altro, cantava John Lennon. Non sono sicuro che ciò sia vero per la vita; sono sicuro invece che valga per l’educazione. Davvero l’educazione è qualcosa che accade mentre stiamo facendo altro. Le cose più profonde, a cominciare dalla fiducia nella vita, ci sono state insegnate facendo altro. I volontari del Cav, «i genitori che accompagnano con tanta pazienza i figli adolescenti» e le tante altre figure citate nel Messaggio dei vescovi, sono diffusive della pienezza delle vita proprio perché mettono in gioco e testimoniano la propria, E possibile per tutti; ognuno, volendo, può essere un testimone efficace in ciò che fa, a cominciate dai compiti più umili che svolge. Si ritorna allora ad Hanna Arendt: lo scopo dell’educazione è aiutarci a farci stare bene nel mondo, diceva.

Educazione che trova un suo punto fermo nella Chiesa.

Il patrimonio più grande della Chiesa è dato proprio dagli educatori che, da sempre, essa ha saputo mettere in campo. Educatori veri, uomini che con passione insegnano cose in cui credono per davvero. La cosa che mi piace molto nel documento dei vescovi è che si parla di educare alla pienezza della vita. Spesso si sente dire che dobbiamo educare a diventare bravi cittadini, oppure bravi cattolici. Io credo che questi non siano i veri fini dell’educazione, ma suoi effetti collaterali. L’educazione trova la sua finalità principale proprio nella capacità di conciliare tutti noi con il mondo in cui viviamo, con una vita che non abbiamo scelto perché ci è stata donata. Non è neanche secondario che il Messaggio sia in fondo ottimistico e inviti a puntare sulle esperienze buone che esistono. È vero che l’educazione è difficile, che è un bene sempre più raro, però è anche vero che un numero crescente di persone, soprattutto nella Chiesa, si rende conto che il bene maggiore che possiamo fare per i nostri figli, dopo averli messi al mondo, è educarli con amore e passione, aiutarli cioè a nascere un’altra volta, fino a che non imparano a dire “io”. È questo il carattete generativo dell’educazione. Ci vogliono molti anni e il lavoro appassionato di tante persone adulte, affinché ognuno trovi casa in questo mondo.

Ma che sapore ha una vita riuscita?ultima modifica: 2011-04-18T00:05:00+02:00da kattolika177
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