Aiuto, chi mi aiuta a fare i compiti? – Genitori e metodo di studio

Uno sciame di zaini colorati si muove tra i corridoi, giù per le scale, si accalca fino al portone che, al suono della campanella, puntualmente apre i battenti. La giornata di scuola è finita, i nostri figli escono con i loro pesi sulle spalle, carichi di sogni, paure, libri e anche tanti compiti. Alcuni tornano a casa e trovano la mamma o un nonno ad accoglierli con pane e nutella o con un semplice sorriso; altri varcano la soglia delle loro abitazioni senza incontrare lo sguardo di un adulto che li possa incoraggiare, come un buon allenatore, ad affrontare il pomeriggio di compiti e il tempo libero. Situazioni diverse dove la seconda è sicuramente la meno favorevole.

Ne è convinta Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e mamma di sei figli: «Una casa abitata – afferma – è il luogo migliore dove vivere e studiare e i ragazzi, anche se non lo dicono, ne sentono fortemente il bisogno». Ma non è l’unica a pensarla in questo modo. Italo Farnetani, pediatra e docente dell’Università di Milano Bicocca, in un’intervista rilasciata lo scorso settembre ha lanciato l’allarme: «Un milione e cinquecentomila adolescenti italiani rischiano di ritrovarsi da soli il pomeriggio ad affrontare il nuovo anno scolastico, compiti compresi e di andare in crisi». A confermare la tesi di Farnetani sarebbe il numero dei bocciati: nel primo anno delle superiori e il triplo rispetto a quello delle medie. Purtroppo, non sempre nelle famiglie ci sono i nonni disponibili che potrebbero creare un ambiente affettivo favorevole per i ragazzi quando ritornano a casa. Ma forse una soluzione c’è: «Cercare di organizzarci di più tra famiglie – dice Migliarese – in modo che i nostri figli si trovino a studiare insieme in case dove è presente un adulto».

Spesso però anche la presenza di un genitore in casa, se gestita male, non favorisce lo svolgimento sereno dei compiti che devono essere affrontati da chi li deve elaborare e non, come a volte succede, dalla mamma o dal papà che, posseduti da un’ansia di prestazione e di successo, tendono a sostituirsi al figlio. Di fronte alla scottante questione dei compiti ci si chiede di chi è “il problema” e perché le famiglie oggi ne sono così visceralmente coinvolte? «Il problema dei compiti – spiega la neuropsichiatra – dovrebbe riguardare principalmente i nostri figli ma il fatto che sia diventato un problema per i genitori è una questione relativamente recente: nelle generazioni precedenti la “questione compiti” non rappresentava, infatti, qualcosa di cui i genitori ritenevano di doversi fare carico».

Cos’è dunque cambiato? «Dipende da più fattori, in parte tra loro contraddittori. Da un lato, il coinvolgimento affettivo nei confronti dei figli è fortemente aumentato, così come la preoccupazione per il loro benessere e per il loro successo, con la sensazione di avere un altissimo grado di responsabilità in entrambi i casi; in conseguenza di questo la preoccupazione per la loro vita scolastica è molto aumentata. Dall’altro, questo stesso coinvolgimento presenta valenze spesso fortemente narcisistiche, e il figlio con la propria riuscita o con il proprio fallimento diventa colui che testimonia, davanti al mondo, le capacità dei suoi genitori quasi più che delle proprie. A questo va aggiunto il fatto che i genitori, spesso poco presenti nella quotidianità dei figli a causa del lavoro e colpevolizzati dalla propria assenza, sono in difficoltà nel far loro delle richieste che implichino fatica, impegno, sforzo, o anche solo di tollerare che i figli affrontino senza il loro supporto qualche difficoltà o frustrazione.

Per questo motivo i genitori spostano facilmente la questione dal piano educativo al piano tecnico: il punto diventa allora essere capaci di insegnare ai ragazzi un metodo di studio». Questo spiegherebbe la proliferazione, in questi ultimi anni in Italia, di corsi di metodo di studio ai quali, ormai, molte famiglie ricorrono per non sentirsi smarrite. Insegnare un metodo di studio ai ragazzi è diventato un compito specifico e prioritario della scuola e degli insegnanti. «In questi anni è sempre più evidente la difficoltà degli studenti nel maturare un corretto atteggiamento verso l’impegno scolastico, che si riflette in una difficoltà diffusa a seguire bene le lezioni, a eseguire correttamente i compiti, a organizzare il proprio materiale, a imparare a studiare in modo proficuo», spiega Raffaella Costa, giovane preside e insegnante della secondaria di 1° grado della scuola Faes Monforte di Milano. Classe 1972, laureata in fìsica, mamma di cinque figli, dal 2008 ha avviato con successo dei corsi di metodo di studio rivolti contemporaneamente a genitori e figli, gratuiti e aperti alla cittadinanza. “A studiare… s’impara” e “Invalsi, Invalsi… che cos’è costei” sono alcuni dei titoli degli ultimi cicli di corsi organizzati dal Faes con il contributo del Comune di Milano, rivolti ai ragazzi e genitori della quinta primaria e a quelli della terza secondaria in preparazione dell’esame di Stato.&

 

«Come a camminare s’impara camminando, così a studiare s’impara… studiando – spiega la preside – ma la buona volontà da sola non basta. Per imparare a studiare un ragazzo deve innanzitutto acquisire l’atteggiamento giusto di chi vuole imparare. Nei nostri corsi il primo momento di lavoro coinvolge direttamente i ragazzi, alla presenza dei genitori. Il docente conduce gli studenti in una riflessione sul senso dello studio e offre loro spunti operativi su come affrontarlo. La modalità scelta con i genitori presenti consente a questi ultimi di ricevere gli stessi spunti offerti agli alunni, favorendo una successiva ripresa in famiglia. In seguito, alunni e genitori si dividono per lavorare su temi più specifici: i ragazzi si esercitano su aspetti concreti scelti di volta in volta secondo il tema dell’incontro; i genitori si confrontano con un insegnante esperto sulle relative ricadute educative. A conclusione del corso i relatori sono disponibili per eventuali colloqui individuali a richiesta, con i genitori dei ragazzi, per commentare l’esito del corso e rispondere alle loro domande».

«Lo studio — prosegue la giovane preside – è una delle attività scolastiche che maggiormente coinvolgono la famiglia, tuttavia questo non significa che i genitori debbano intervenire direttamente nello studio dei figli. C’è infatti il rischio di confondere la cura con l’intervento assistenziale: “Prof, non ho il libro, la mamma si è dimenticata di metterlo in cartella”, mi ha detto candidamente a lezione una ragazza di prima secondaria». Ma cosa deve e può fare allora un genitore? «Il genitore – spiega la neuropsichiatra Migliarese — deve considerarsi un po’ come un allenatore quando il bambino è ancora piccolo e come un consulente quando il figlio diventa più grande. Primo compito di un allenatore è mettere nelle condizioni migliori colui che deve allenare: ci sono un luogo, un tempo, una situazione che permettono il buon allenamento. Così è pei lo studio: stabilire un luogo (quale tavolo? E spenta la tivù? C’è tutto il necessario?). Un tempo, ossia qual è il momento migliore per mettersi a fare i compiti e quanto tempo è previsto mediamente per lo studio? Aiutare il bambino a inserire lo studio in modo naturale tra le routine quotidiane sono compiti del buon allenatore nelle prime fasi dell’allenamento. In secondo luogo, l’allenatore ha ben chiaro che il suo compito non è mai quello di sostituirsi, ma quello di essere disponibile per dare un aiuto che verrà graduato nel tempo.

Cosi non è generalmente necessario che ci sediamo di fianco ai nostri bambini quando fanno i compiti, perché questo li de-responsabilizza davanti al lavoro da svolgere e trasmette loro l’idea che non li riteniamo capaci di fare da soli. È invece utile che sappiano di poter fare riferimento a noi liberamente se hanno bisogno di aiuto, avendo peto chiaro che i compiti sono un problema loro, che sono alla loro portata e che siamo sicuri che ce la faranno. Con i figli più grandi poi l’allenatore si trasforma progressivamente in consulente: lascia dunque sempre più al figlio il compito di organizzarsi e si limita a confrontarlo sui risultati attesi; davanti ai ripetuti insuccessi può dunque affrontare con lui l’argomento così come ci si confronta su un problema di lavoro, studiando insieme le cause e le soluzioni possibili».

I genitori entrano spesso in crisi quando il figlio o la figlia si rifiutano categoricamente di fare i compiti, quel «no, non ho voglia di studiare» fa spesso alzare bandiera bianca, disorienta i genitori e li rende incapaci di autorevolezza. «Se un bambino rifiuta di fare i compiti — sostiene Migliarese — questo non è un problema del genitore, ma un problema del bambino, responsabilità che dovrà diventare capace di affrontare nelle sue conseguenze». Accompagnare i nostri figli verso l’autonomia anche nello studio non è un cammino facile, richiede tempo, pazienza, costanza ma «per un genitore — sostiene la Costa — è l’occasione più grande che gli è data per la propria crescita personale».

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Fondazione Happy Child

Aiuto, chi mi aiuta a fare i compiti? – Genitori e metodo di studioultima modifica: 2011-04-19T00:05:00+02:00da kattolika177
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