Cosa viene dopo – Qualche riflessione sul Purgatorio

Il “purgatorio”: inferno “temporaneo” o trasformazione ad opera dell’amore purificante di Dio?

Il tema del “purgatorio” (purificazione) ha influenzato in maniera straordinariamente forte la pietà popolare cristiana a partire dall’alto Medioevo fino ai nostri giorni, e ciò sia per quanto riguarda la sua giustificata partecipazione alla sorte dei defunti (le cosiddette “povere anime”) e sia anche per quanto riguarda la sua fantasia a volte molto sbrigliata, che ha concepito il “purgatorio” come un’anticamera dell’inferno delimitata nel tempo e, quindi, come una camera ultraterrena di tortura (dipinta volutamente in maniera raccapricciante). Di questo campo fanno naturalmente parte anche gli abusi del tardo Medioevo, sostenuti da una pervertita predicazione della chiesa, a proposito delle “indulgenze“, mediante cui le “povere anime” avrebbero dovuto essere anticipatamente liberate dal purgatorio, ecc. Su tutto questo non intendo ora dilungarmi oltre, perché oggi incombe piuttosto il pericolo inverso, e cioè che anche i credenti convinti, che sperano fermamente in sintonia con la predicazione della chiesa nella “vita del mondo che verrà”, non sanno più molto che farsene del purgatorio, con la conseguenza che questo non svolge quasi più alcun ruolo nell’attuale annuncio della fede. Una cosa questa indubbiamente deprecabile, perché il purgatorio – se rettamente inteso – ha un profondo significato, che sottolinea ancora una volta proprio la dimensione umana dell’ultimo giudizio. E al riguardo ecco alcune delucidazioni.

1. Le origini storiche

Storicamente la dottrina della “purificazione” ultraterrena (di preferenza oggi per lo più indicata con il frainteso termine “purgatorio”) ha le proprie radici in una duplice pratica della chiesa antica: da un lato, nella preghiera per i defunti durante la celebrazione dell’eucaristia (soprattutto nella preghiera eucaristica); dall’altro, nel processo penitenziale allora molto duro nel caso di peccati gravi. Il peccatore pentito, per ottenere la riconciliazione con Dio e con la comunità, dei fedeli, doveva compiere molti esercizi penitenziali impostigli dalla comunità e da questa anche sostenuti con la preghiera e con altri ausili. Se ora un cristiano moriva (specie nel corso delle prime persecuzioni) prima di aver portato a termine la propria penitenza, la chiesa credeva che Dio gli avrebbe concesso la possibilità di portare a termine tale penitenza anche al di là della morte. E a questo scopo i fedeli in vita sostenevano i defunti, perché essi rimangono tra loro uniti – anche al di là della morte, nella “comunione dei santi” (= credenti) non distruggibile neppure da quest’ultima – appunto nello spazio comune del “corpo di Cristo”. Nella chiesa occidentale questa penitenza fu concepita soprattutto come pena purificatrice per i peccati, mentre nella chiesa orientale fu concepita come un processo terapeutico di guarigione e di purificazione prima e dopo la morte. Concezione questa che si è imposta ultimamente in larga misura anche nella teologia cattolica. Infatti, in che consiste la dottrina (espressamente proclamata dal concilio di Trento nel 1563) della “purificazione” dopo la morte?

2. A proposito del doloroso processo di lasciarsi perdonare efficacemente la colpa

In fondo, con la “purificazione” si sottolinea ancora una volta più fortemente un particolare aspetto del giudizio: il fatto cioè che l’incontro definitivo con l’amore giudicante di Dio nella morte e dopo essa porterà l’uomo peccatore (e chi non lo è?) al doloroso/purificante confronto con la storia della propria vita, e ciò al cospetto della bontà tanto spesso ferita e ciò malgrado infinitamente misericordiosa. In questo modo diventa già chiara una cosa: non abbiamo bisogno di rappresentarci questa purificazione né come un determinato luogo ultraterreno, né come una condizione temporalmente estesa e da calcolare secondo misure terrene del tempo, in cui il defunto permarrebbe per un certo tempo come tra cielo e inferno.

No, la purificazione appartiene già al versante del paradiso; essa è un momento intrinseco del compimento positivo, una specie di “atrio del paradiso” che deve preparare l’uomo alla comunione, non offuscata dalla sua colpa, con Dio in paradiso. Non possiamo trasporre in maniera pura e semplice le nostre rappresentazioni terrene del tempo a tale purificazione. Essa, temporalmente non estesa e tuttavia caratterizzata da una forte intensità, pone l’uomo libero dalla sua colpa terrena e porta “a maturazione” in lui il pentimento e la conversione che egli aveva già iniziato durante la vita terrena.

Qui viene tuttavia spontanea una domanda, che è continuamente rivolta proprio dai cristiani evangelici alla concezione cattolica della purificazione: c’è realmente bisogno di questa purificazione postmortale dell’uomo come preparazione al paradiso? Non basta per questo il perdono purificante di Dio che, nell’incontro con il suo amore “giudicante”, egli concede senza riserve ad ogni uomo che si pente della propria colpa? Naturalmente! Solo che dobbiamo domandarci: come opera questo perdono nell’uomo, al fine di trasformarlo “efficacemente” e renderlo solo così capace dell’incontro beatificante con l’amore di Dio? Come penetra in lui, in modo che egli se ne lasci intimamente trasformare, e precisamente da uomo ingrato a persona grata, da individuo egocentrico a uomo capace di relazioni?

Il perdono, sia esso concesso da uomini o da Dio, non cancella infatti semplicemente la colpa, non la annulla come se non fosse mai stata commessa né la dimentica. No, il perdono consiste in una accettazione nuova, incondizionata dell’uomo da parte di Dio, come amico di Dio malgrado la colpa da lui commessa. Ma tale accettazione che perdona da parte di Dio esige anche, qualora essa trasformi realmente l’uomo, una cooperazione volenterosa da parte umana, quindi un attivo lasciarsi perdonare la colpa, un attivo lasciarsi accettare, rinnovare e guarire da Dio. Ma questo è così tanto difficile? Sì! Perché i “vecchi pesi” della nostra colpa, che ci trasciniamo dietro, cioè le sue deleterie, immediate e tardive ripercussioni sul nostro carattere, sul nostro comportamento e sulle nostre relazioni continuano a rimanere profondamente dentro di noi anche nella morte e dopo essa.

Tutto il nostro modo di pensare, volere e sentire è come “impregnato” da questa volontà ingrata di autoaffermazione propria dell’uomo nei confronti del suo Creatore buono. Contro questa resistenza interiore, contro il “principio di inerzia” del peccato, operante anche nella morte e che rende così difficile all’uomo ogni autentica conversione (nella vita come nella morte!) deve “imporsi” in noi il perdono di Dio. La dottrina della purificazione rappresenta perciò una sensata perorazione contro l’idea del perdono facile e a buon mercato della nostra colpa. Essa sa benissimo che è solo l’amore perdonante di Dio a trasformare dall’interno il peccatore pentito e a prepararlo al paradiso. Ma tiene molto realisticamente conto anche del fatto che la resistenza dell’uomo peccatore contro tale trasformazione non è piccola; del fatto che egli si vede perciò concedere dalla misericordia di Dio un processo di purificazione, che lo fa indubbiamente soffrire. Nel corso di tale processo infatti questo amore “brucia” allo stesso tempo tutti gli effetti in lui ancora presenti della sua colpa terrena. Quando perciò parliamo di una purificazione definitiva dopo la morte, pensiamo in fondo a questa componente umana del perdono della nostra colpa da parte di Dio.

3. La preghiera per i defunti e rivolta ai defunti

Un’altra questione vorrei approfondire un poco in questo contesto: se la purificazione non è temporalmente estesa e non va perciò misurata in giorni, mesi e anni, che senso ha ancora pregare per i defunti e precisamente anche molti anni dopo la loro morte? Tale preghiera non ha certo il senso di abbreviare il “tempo” della loro purificazione, ma di sostenerli nel loro doloroso processo di purificazione che deve trasformarli completamente. Nel “corpo di Cristo” siamo infatti indissolubilmente legati tra noi proprio per quanto riguarda la questione della nostra salvezza definitiva; nessuno, morendo, si presenta da solo davanti all’amore di Dio che giudica e perdona, bensì pur sempre nella comunione di tutte le membra di questo corpo (che è naturalmente molto più esteso della figura istituzionale della chiesa terrena). La compagnia di preghiera e di amore, che, secondo la volontà di Dio, dobbiamo assicurarci a vicenda qui sulla terra, non finisce con la morte, ma rimane importante anche per i defunti, perché possono, ad esempio, contribuire a rafforzare la loro disponibilità a lasciarsi purificare e trasformare dall’amore di Dio che perdona per divenire così realmente “più idonei al paradiso”.

Qui sta infatti precisamente il mistero mirabile della volontà salvifica di Dio: egli inserisce il nostro agire reciprocamente solidale nella sua azione che salva nei confronti dei singoli individui ed esaudisce in questo modo la nostra preghiera per i vivi e per i defunti. Tale esaudimento non consiste nel fatto che egli “re-agisce” secondo il tempo alla nostra preghiera solo dopo che l’abbiamo compiuta, bensì che egli “agisce” già da sempre per la salvezza di ogni uomo e, nel farlo, applica a suo beneficio la nostra preghiera (qualunque sia il tempo in cui noi l’abbiamo pronunciata), quando e come egli ne ha bisogno per la propria salvezza. Gesù stesso compendia questa struttura metatemporale della preghiera e dell’esaudimento in questa formula pregnante: «Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Mc 11,24). In Gesù Cristo Dio ci ha già resi in misura piena e totale partecipi della sua incondizionata volontà salvifica; in questo contesto egli “eleva” in continuazione le nostre preghiere e le inserisce nella sua azione concreta nei confronti di questo o di quell’uomo. Così, per esempio, la nostra preghiera gioverà a un defunto sia in vita che in morte, cioè nel suo ultimo incontro con l’amore di Dio che giudica e purifica, senza che noi possiamo sapere come ciò avvenga. Ci basta confidare in questo “fatto” e lasciare con fiducia a Dio la concreta “applicazione” della nostra preghiera per la salvezza di un essere umano.

Questa solidarietà che perdura anche nella morte si esprime pure nella nostra preghiera rivolta ai defunti, specialmente ai santi, allorché imploriamo la loro intercessione e l’aiuto. Ciò ha il senso di chiedere loro di farci partecipare già adesso, nel nostro modo (terreno), alla loro comunione definitivamente riconciliata con Dio, quindi di farci già “gustare anticipatamente” il paradiso in esperienze terrene assai concrete di salvezza, o anche di aiutarci a non dilazionare sempre il cammino di dolorosa conversione e purificazione, ma ad iniziarlo già adesso e di accompagnarci nel suo corso con la preghiera e l’amore. Questa certezza fiduciosa di rimanere al sicuro nella comunione degli “amici di Dio” (a noi noti o ignoti) in tutte le situazioni della nostra vita e della nostra morte, che sfuggono completamente al nostro controllo, è una delle maggiori consolazioni infuseci dalla speranza cristiana. Tale unione conferisce infatti tratti umanamente molto consolanti alla nostra immagine di Dio e di Cristo; ci difende dall’angoscia della fine oscura e ci cinge come di un grande manto protettivo pure nell’ora della nostra morte.

Medard Kehl – E cosa viene dopo la fine?

Cosa viene dopo – Qualche riflessione sul Purgatorioultima modifica: 2011-04-23T00:05:00+02:00da kattolika177
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