La paternità di fronte ad un figlio adolescente – Sfide, fatiche e cambiamenti

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In una società definita “senza padri” da molti psicologi e sociologi, riflettere sul ruolo paterno nel passaggio dalla seconda infanzia alla preadolescenza e adolescenza di un figlio risulta molto importante.

Qual è lo specifico che connota il ruolo paterno in questa fase del ciclo evolutivo di un minore? Perché la funzione paterna non è facilmente sostituibile? Si tratta di domande che interessano ogni genitore, ma anche ogni professionista che vive a fianco dei minori. Spesso, nel disagio associato alla crescita, il padre, con quello che fa, ma anche con quello che non fa, risulta determinante. D’altra parte occorre osservare come, a volte, le esplorazioni nel territorio del rischio comportamentale o della devianza da parte di alcuni adolescenti rappresentino una implicita richiesta al padre di presentarsi sulla scena della loro crescita per adempiere ai propri compiti genitoriali: ovvero sostenerli nelle difficoltà, definire regole e farle rispettare, fungere da modello di ruolo per l’identità di genere nel caso di un figlio maschio, permettere alla figlia femmina di fare il proprio ingresso nel mondo delle relazioni sociali e affettive sentendosi forte dello sguardo amorevole che il padre ha posato su di lei, sguardo che rappresenta un importante fattore di protezione per lo sviluppo della sua autostima.

Padri in transizione

Sostenere tutti questi compiti all’interno della relazione educativa con un figlio non è facile per i padri, soprattutto per quelli di oggi, che si sono trasformati rispetto a quelli di un tempo. Abbandonata la rigida connotazione autoritaria tipica dei padri del passato, i padri contemporanei spesso trovano faticoso conciliare affetto e autorevolezza e fondere questi due attributi, incarnandone una valida sintesi.

Ecco, allora, che molti papà preferiscono rimanere amici dei figli e rinunciare a presidiare la dimensione delle norme e delle regole. Temono che esercitare all’improvviso l’autorità, dopo averli molto amati nel corso della prima e della seconda infanzia, causi ai figli un dolore insostenibile.

Lavorando con molti padri, durante consulenze in relazione ad adolescenti che sperimentano un disagio, ci si trova spesso di fronte a genitori incapaci di dire “no” a un figlio, per non farlo sentire triste, oppure arrabbiato, e per evitare di dover gestire crisi di mutismo, pianti disperati, ribellioni con sbattimento di porte. Spesso si comportano in questo modo perchè in concreto non sanno tollerare la frustrazione di apparire come padri cattivi. La convinzione di questi papà è che, concedendo tutto – senza limiti e restrizioni – saranno amati sempre e incondizionatamente. Il sovrainvestimento affettivo rivolto verso un figlio, però, li intrappola nell’incapacità di diventare guida sicura e autorevole per chi sta cercando la propria direzione nella vita.

Quando un figlio trasgredisce

Analizziamo una situazione che oggi, rispetto al passato, si verifica con relativa frequenza, quando un figlio adolescente adotta un comportamento trasgressivo, se non addirittura penalmente perseguibile, all’interno del proprio ambito di vita. Può trattarsi dei molti fenomeni di vandalismo o violenza, oppure di bullismo di cui sono piene le pagine dei giornali e della cronaca locale.

In alcune di queste situazioni, l’azione “maldestra” del ragazzo viene intercettata dagli adulti che hanno funzioni di autorità, potere e controllo all’interno dei luoghi in cui esse si sono verificate. Solitamente si tratta di forze dell’ordine oppure del dirigente scolastico che, preoccupati per ciò che è stato fatto all’interno delle proprie zone di competenza, prima di emettere una sanzione nei confronti del minore, chiedono di poter avere un franco e aperto confronto con i genitori. Ed è su questa scena che spesso appare una figura di padre inedita rispetto al passato, ovvero un papà che a spada tratta difende il proprio figlio dall’accusa che gli viene rivolta, spesso anche contro le più chiare evidenze della sua responsabilità. Questo padre, sempre e comunque dalla parte del figlio, incapace di rilevarne oggettivamente le manchevolezze e gli errori, si differenzia dal padre del passato che quasi sempre si alleava con gli altri adulti contro gli errori del figlio per concordare una strategia punitiva e correttiva finalizzata a far comprendere al minore il proprio errore e a non farglielo ripetere più.

Padri amici, ovvero padri deboli

Questo comportamento è probabilmente ciò che oggi spinge a parlare di una società “senza padri”, additata da tanti come causa dei molti problemi di crescita che affliggono gli adolescenti. Quali sono i motivi per cui i padri di oggi si alleano così spesso con i figli, autorizzando la loro mancata crescita, trasformandoli in eterni bambini, sempre alla ricerca del principio del piacere e incapaci di aderire al principio di realtà? Prendendo come spunto la fiaba di Collodi, potremmo dire che in molti casi i padri di oggi, così preoccupati di non far sperimentare frustrazioni e fatiche ai figli, assomigliano più a Lucignolo che a Geppetto.

Essi, infatti, ne rallentano il percorso lungo la strada dell’impegno e della progettualità, l’unica in grado di permettere ad un adolescente di potersi individuare per mettere a fuoco in modo efficace un’idea e un’immagine di sé intorno alla quale costruire e sviluppare il proprio progetto di vita. Quali le possibili cause per questa trasformazione dei padri che preferiscono essere i compagni di scorribande dei figli, invece che i loro formatori ed educatori?

La crisi dei modelli di autorità, norma e potere

Un primo aspetto va rintracciato a livello macrosociale. Le dimensioni solitamente incarnate nella funzione paterna, ovvero autorità, norma e potere, sono oggi rappresentate sulla scena sociale da figure che effettivamente assomigliano più ad un furbo Lucignolo che ad un serio e impegnato Geppetto. Diversi politici e autorità che ci governano e rappresentano forniscono di sé un’immagine molto più adolescenziale che adulta: ritocchi estetici per sembrare belli e prestanti, donne bellissime e giovanissime al proprio fianco, comportamenti trasgressivi, spesso penalmente perseguibili, orientati all’interesse personale invece che alla tutela del bene pubblico. Non c’è che convenire che chi dovrebbe incarnare al livello più alto i valori vicini alle funzioni paterne (potere, norma e autorità) mostra di perseguire tutt’altro.

E questo influenza in modo importante anche il lavoro educativo a livello familiare: perché un padre dovrebbe spingere il figlio verso la ricerca di una faticosa conquista del proprio posto nel mondo se chi ha successo e potere dimostra che astuzia ed edonismo sono le doti più utili per ottenere una posizione di privilegio nella scala sociale? Penso che questa domanda sia presente in molti adulti, delusi dalla propria vita e propensi a farne ottenere una diversa ai figli, anche attraverso scorciatoie e compromessi. Probabilmente in questa logica, i padri contemporanei si pongono come obiettivo quello di “fare stare bene” un figlio, più che farlo crescere in base a quei valori forti e solidi che incarnavano il concetto di “bene” nelle generazioni passate.

Scoprirsi inadeguati

Un figlio adolescente che compie franche trasgressioni risveglia nei genitori un senso di fallimento e di inadeguatezza per loro intollerabile. Trovarsi convocati sulla scena educativa quali padri e madri di un adolescente che ha compiuto un errore, da alcuni genitori viene vissuto come una bocciatura del proprio progetto educativo e questo diviene psicologicamente intollerabile. Perciò, contestare la visione negativa che i docenti danno di un figlio, oppure licenziare, con la classica frase “Che sarà mai, è solo una ragazzata”, un’azione molto grave, spesso dalle conseguenze penali, è per molti padri e madri un estremo tentativo di autoassoluzione, per sfuggire ad una più seria autoanalisi, alla ricerca di qualcosa che non ha funzionato.

Prevenire la sindrome del nido vuoto

Negli ultimi decenni, il modello di famiglia si è rivoluzionato e, rispetto alle famiglie numerose del passato, oggi in Italia i nuclei con uno o due figli al massimo sono la maggioranza. Questi figli, a lungo rimandati, sognati e progettati, quindi fatti nascere e coperti di attenzioni e aspettative, non possono, nella mente paterna, tradire il sovrainvestimento di pensieri, aspettative e desideri di cui sono stati resi oggetto sin dal primo giorno.

Coperti di beni materiali da genitori in corsa con la vita e con la carriera, mostrati come trofei ad amici e parenti in ogni occasione, quando, entrando in adolescenza, come da sempre fanno i ragazzi, operano strategie di allontanamento dai genitori, trovano padri e madri incapaci di separarsi da loro e disposti a tutto per trattenerli vicino a sé, giustificando i loro errori oltre ogni limite.

Ed ecco che ogni genere di agio e privilegio diviene una vera e propria strategia che evita ai genitori di dover fare i conti con ciò che i sociologi chiamano “sindrome del nido vuoto”. Figli dall’adolescenza prolungata fino ai 30 anni sono la dimostrazione vivente dell’incapacità dei padri di oggi di separarli dall’abbraccio invischian-te e protettivo delle madri, abbraccio, anzi, che spesso viene usato dallo stesso padre per non allontanare da sé un figlio che non si vuole perdere.

Aiutare i padri

Cambiamenti a livello sociale e culturale, trasformazione dei modelli che hanno connotato la figura paterna nelle generazioni passate, fatica a trovare una solida direzione interna che ispiri e guidi il proprio ruolo genitoriale di fronte a figli a loro volta resi fragili e vulnerabili dal clima di precarietà in cui si trovano a crescere, coppie affettive sempre più in crisi che, non trovando un’alleanza all’interno del loro rapporto d’amore, riversano frustrazioni, aspirazioni e auto-realizzazione in un sovrainvestimento emotivo e affettivo verso i figli: sono dinamici e inediti i molti motivi che rendono diffìcile presidiare ruolo e funzioni per i padri contemporanei.

E al tempo stesso, i padri non hanno sviluppato alcuna abitudine a gestire una comunicazione “emotiva”, né all’interno delle relazioni affettive, né tantomeno nel proprio gruppo di amici. Così, spesso, essi vivono in totale solitudine un senso di fatica, se non di vero e proprio fallimento, nel momento in cui un figlio adolescente mette in crisi le relazioni in trafamiliari o, con i propri agiti, chiede a chi si cura di lui di intervenire con competenza, autorevolezza e sapienza sulla scena educativa.

Oggi ci troviamo di fronte ad una nuova generazione di uomini che hanno saputo abbracciare un modello di paternità che accompagna con disponibilità e amore il figlio in prima e seconda infanzia, che hanno imparato a giocare con lui, ma che, poi, all’ingresso nell’adolescenza, non riescono a presidiare funzioni più normative e adulte che permetterebbero di sostenerne la crescita non solo con l’affetto, ma anche con regole e contenimenti. A questi papà serve poter dialogare intorno alla propria esperienza paterna, rivedere criticamente le trasformazioni che li hanno resi capaci di abbandonare il modello del “padre padrone”, di cui magari sono stati figli, ma, al tempo stesso, serve capire perché non sono riusciti a diventare papà capaci di miscelare istanze normative e affettive.

Se da troppe parti si parla di padri assenti e di figli “bamboccioni”, probabilmente il problema sta in un mal funzionante dispositivo di crescita che non permette agli adolescenti di oggi di fare una sana “guerra” con il proprio padre, così da separarsene sentendo di aver avuto di fronte un “apparente nemico” che in realtà è stato un ottimo allenatore che gli ha permesso di sviluppare la muscolatura emotiva con cui affrontare le tempeste della vita.

Per questi nuovi padri, alla ricerca di una nuova identità, oggi molti offrono occasioni formative – attraverso le tante scuole per genitori presenti sul territorio, esperienze di auto-mutuo aiuto – grazie all’organizzazione di piccoli gruppi di padri che si ritrovano periodicamente a parlare della propria relazione con i figli adolescenti, e psicoterapie mirate, finalizzate a sostenere e potenziare la funzione genitoria-le in uomini che si dimostrano alquanto deboli e dubbiosi sulle proprie potenzialità.

Alberto Pellai

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La paternità di fronte ad un figlio adolescente – Sfide, fatiche e cambiamentiultima modifica: 2011-09-07T07:42:00+02:00da kattolika177
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