Guida essenziale alla lettura e comprensione della Bibbia

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Il nome “Bibbia” – con cui siamo abituati a chiamare la raccolta dell’Antico e del Nuovo Testamento – è l’adattamento del plurale greco biblia, che significa “i libri”. Infatti, la Bibbia si presenta al lettore come una grande biblioteca, i cui 73 volumi (46 contenenti l’Antico Testamento e 27 il Nuovo) sono venuti man mano allineandosi in un ampio arco di tempo che va dal X secolo a.C. a più di 50 anni dopo la resurrezione di Gesù.

Le due grandi raccolte dei libri biblici hanno una storia e un significato particolari per gli ebrei e per i cristiani. Per entrambi la Bibbia si differenzia da tutte le altre creazioni letterarie perché costituisce il libro per eccellenza, la “scrittura sacra” che contiene la rivelazione di Dio all’uomo e che è principio e norma di vita. Gli ebrei accolgono come loro “scrittura sacra” il solo Antico Testamento, perché ritengono che le promesse racchiuse in esso non si siano ancora realizzate visibilmente nel tempo. Per i cristiani la Bibbia è completa solo se si accolgono ambedue le parti che la compongono – l’Antico e il Nuovo Testamento – come momenti inseparabili di un’unica realtà.

Il termine “testamento” è la traduzione dell’ebraico berit, che significa “alleanza”. Il richiamo dei profeti Geremia ed Ezechiele a una “nuova” alleanza, capace di realizzare nel futuro quella salvezza completa che non era stata possibile nel passato (Geremia 31,31-34; vedi anche Ezechiele 16,60; 34,25), ha favorito, in ambito cristiano (già al tempo dell’apostolo Paolo, vedi 2Corinzi 3,6-14), la distinzione tra “antica alleanza” (Antico Testamento) e “nuova alleanza” (Nuovo Testamento). Gesù stesso ha presentato il suo messaggio e la sua opera nella cornice di una “nuova alleanza”, che ha origine nel dono di sé perla salvezza di tutti (Luca 22,20; vedi anche ICorinzi 11,25).

Tre grandi parti

All’interno dei 46 libri che compongono l’Antico Testamento è possibile cogliere una struttura tripartita, che ne rispecchia il contenuto. Si tratta di quella divisione in libri storici, profetici e sapienziali, che ormai è comune trovare in tutte le edizioni della Bibbia.

I libri storici hanno il loro radicamento nella storia del popolo biblico, presentata come “storia della salvezza”. Un primo insieme di libri è costituito dal Pentateuco che, come dice il nome, comprende i primi cinque libri che aprono l’intera Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Sono i libri più cari alla tradizione religiosa di Israele e ai quali viene riconosciuto il grado più alto dell’ispirazione. Seguono poi le opere che abbracciano le vicende che dal XIII secolo a.C. conducono quasi alle soglie del Nuovo Testamento: Giosuè, Giudici, Rut, l-2Samuele, l-2Re, l-2Cronache, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, l-2Maccabei.

I libri profetici contengono la predicazione di questi personaggi carismatici, suscitati da Dio per mantenere viva tra il popolo la sua parola. Tra i profeti emergono i quattro “grandi”: Isaia, Geremia (a cui vengono uniti i libri delle Lamentazioni e di Baruc), Ezechiele e Daniele (quest’ultimo appartiene più alla corrente apocalittica). Dodici sono invece i profeti “minori” (minori non per importanza, ma per il contenuto molto breve della loro predicazione): Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia.

libri sapienziali sono così chiamati perché hanno come orizzonte la “sapienza”. Riferito a Dio, indica la capacità di leggere la vita e la storia alla luce di Dio e della sua parola. A questa sezione della Bibbia appartengono i libri di Giobbe, Proverbi, Qohelet, Sapienza, Siracide. Anche i Salmi e il Cantico dei Cantici sono stati inseriti dalla tradizione biblica in questa sezione, pur conservando un loro carattere tutto particolare.

Questa triplice divisione è motivata anche dai diversi generi letterari che caratterizzano le singole collezioni. I libri storici si distinguono per il loro radicamento nel racconto, nella narrazione, nell’epopea e in tutto ciò che attiene alla vita e alle tradizioni del popolo e allo sviluppo della sua storia (genealogia, successione al trono, trattati di alleanza, guerre, amministrazione del regno). I libri profetici si distinguono per le diverse forme in cui viene proposta la predicazione dei singoli profeti: oracolo, invettiva, minaccia, simboli e immagini che si ispirano alla letteratura apocalittica. I libri sapienziali ricorrono invece al proverbio, alla massima, al parallelismo, al quadretto di vita quotidiana, all’artificio letterario dell’acrostico. In particolare il libro dei Salmi si ispira alla vasta gamma della poetica ebraica, che trasforma queste composizioni in lamentazioni, inni, salmi di fiducia, preghiere, canti di pellegrinaggio, canti di Sion, ecc.

Cinque grandi tradizioni

Alla formazione della Bibbia e alla sua fissazione nello scritto hanno contribuito diverse tradizioni. Gli studiosi ne hanno individuato cinque principali: la Jahvista, l’Elohista, la Deuteronomica, la Sacerdotale e quella del Cronista. Le prime quattro confluiscono soprattutto nel Pentateuco. La tradizione storico-religiosa del Cronista confluisce invece nel testo di l-2Cronache (da cui prende il nome). Si tratta di correnti rehgiose che operano già una interpretazione dei fatti e degli avvenimenti della storia del popolo biblico e li collocano nella cornice di una storia più significativa, la “storia della salvezza”.

La tradizione Jahvista è così chiamata dal nome proprio del Dio biblico: JHWH (ancora oggi impronunciabile dagli ebrei). È la corrente che ama presentare il Dio della Bibbia nel suo volto “umano”: è il Dio che con le sue mani plasma l’uomo (Genesi 2,7) e che prova gli stessi sentimenti delle sue creature (amore, ira, sdegno, pentimento). Questa tradizione nasce attorno al X secolo a.C, all’epoca del re Salomone.

La tradizione Elohista risale al IV-V secolo a.C. Il suo nome deriva da Elohim, un termine generico per designare la divinità, che anche questa corrente usa. Si tratta di una tradizione molto più sobria di quella Jahvista, attenta a purificare il rapporto tra l’uomo e Dio, presentando la fede come realtà assoluta ed esigente (come in Genesi 22, nel racconto della prova di Abramo) e ricorrendo al sogno, al sonno e alla visione per evitare di immischiare Dio nelle vicende umane e salvaguardarne così la trascendenza e l’assoluta purezza.

La tradizione Deuteronomica deve questo nome al libro del Deuteronomio (dal greco dèuteros, “seconda”, e nomos, “legge”). Essa è incentrata sui grandi doni di Dio a Israele: il dono della hbertà, il dono della legge e il dono della terra di Canaan. Il suo impegno è quello di inculcare nel singolo credente e nel popolo tutto la fedeltà alla legge di Dio e l’amore a lui («con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze», Deuturonomio 6,5), per poter godere sempre questi doni. Purtroppo Israele sarà infedele e verrà sradicato daUa terra datagli in dono, con l’esilio (che si verificherà nel 586 a.C, con la caduta di Gerusalemme). La corrente Deuteronomistica “rilegge” tutta la storia del popolo biblico – compresa nei libri di Giosuè, Giudici, l-2Samuele, l-2Re – alla luce di questa infedeltà, al cui orizzonte si profila già il castigo dell’esilio.

La tradizione Sacerdotale ha origine nell’epoca dell’esilio (che si protrarrà dal 586 al 538 a.C). Essa deve questo nome (e la sigla corrispondente P) al termine tedesco Priestercodex (“codice sacerdotale”), con cui fu chiamata dagli studiosi, n suo contenuto è presente soprattutto nel Levitico – il libro deUa tribù sacerdotale di Levi – e nelle significative prescrizioni che definiscono l’identità del popolo biblico: il sabato, la circoncisione, la legge. A contatto con la cultura e la religione dei popoli pagani, Israele può mantenersi fedele al suo Dio solo aderendo a queste prescrizioni e osservandole scrupolosamente.

La tradizione del Cronista è legata alla composizione dei due libri delle Cronache. In essa prevale una visione serena della storia biblica, tutta orientata al suo centro ideale, che è il Tempio di Gerusalemme. Nel tempio, ricostruito dopo l’esilio, termina il cammino storico di Israele, iniziato con la creazione e scandita dall’elezione di Abramo, dall’esodo dall’Egitto, dall’ingresso nella terra promessa e dalla scelta di Davide quale re-messia di tutto Israele. Lì, nel tempio ricostruito, sembra ricomporsi simbolicamente anche l’immagine dell’uomo con Dio, che era stata frantumata dal peccato, come era stato distrutto il tempio, a causa delle infedeltà di Israele.

Venuta formandosi alla luce di queste grandi tradizioni – alle quali sembrano sottrarsi i libri sapienziali e in parte i profetici -, la Bibbia è giunta a noi negli attuali libri che la compongono e non in altri, grazie all’ispirazione, di cui è garante Dio stesso e grazie alla fissazione del canone, cioè dell’elenco (così significa il termine greco kanon) di quei libri e di quelli soltanto che sono normativi per la vita del credente, perché trasmettono la verità che salva (come va inteso il concetto di “verità” applicato al contenuto della Bibbia).

Il Concilio Vaticano II dichiara al riguardo nella costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione, Dei Verbum: «Le verità… che nei libri della sacra Scrittura sono contenute ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i hbri sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa. Per la composizione dei libri sacri di Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in esse e per loro mezzo, scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte. Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, è da ritenersi anche, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, in ordine alla nostra salvezza, voUe fosse consegnata nelle sacre Lettere».

Altri testi, che si ispirano essi pure al mondo della Bibbia e ai suoi personaggi, ma non ne esprimono correttamente il pensiero e non comunicano le verità che sono via alla salvezza, non sono stati inseriti nel canone dei libri ispirati, ma sono stati accolti come “apocrifi” (termine di origine greca, come indica qualcosa da “tenere nascosto” o da “leggere di nascosto”).

Linee di lettura

Alla luce di questa premessa, ecco alcune linee di lettura che emergono da questa parafrasi, che ci guida nel mondo della Bibbia.

Una prima linea di lettura è costituita dall’attenzione alla lingua della Bibbia. Ciò che a volte la traduzione italiana non riesce ad esprimere pienamente o addirittura è costretta a interpretare, in questa parafrasi viene ricondotto al significato originario del termine ebraico (o greco). È infatti nella fedeltà al testo originale – pur con le sue asprezze e durezze – che è possibile attualizzare la parola di Dio, senza cadere nel soggettivismo o giungere a conclusioni fuorvianti. Valga come esempio il testo di IRe 19,12: «Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu un mormorio di una brezza leggera». Rifacendosi al significato letterale, la parafrasi precisa che il Signore si rivela a Elia in «una voce di sottile silenzio» (in ebraico, gol demamah daqgah).

È un’attenzione alla lingua della Bibbia che illumina anche le esperienze umane che sembrano avvolte soltanto dal silenzio di Dio, un silenzio che fa paura (pensiamo a quanto non si è detto e scritto sul “silenzio di Dio” e sulla sua “assenza” dopo Auschwitz). Dio invece rivela se stesso anche attraverso il suo silenzio e la sua assenza, anche attraverso le crisi e le oscurità dell’uomo e della storia. La fedeltà al testo originale ci conduce, così, a una attuahzzazione veramente ricca, puntuale e profonda.

Un altro esempio è l’oracolo di Natan in 2Samuele 7. La precisazione del significato originario del termine ebraico bayit (“casa”) contribuisce alla comprensione del testo. Da un lato questo termine significa “casa”, intesa come edificio materiale; dall’altro può anche significare “casato”, nel senso di discendenza, generazioni di uomini. Abbiamo così la chiave di lettura per questo testo biblico, ritenuto decisivo nella linea delle promesse messianiche.

Una seconda linea di lettura è la fedeltà alla legge dell'”incarnazione” della parola di Dio. Piaccia o no, la Bibbia rispetta scrupolosamente questa legge. È proprio questo ciò che caratterizza la rivelazione biblica e l’annuncio cristiano. Peccato, debolezze, guerre (compresa la cosiddetta “guerra santa”), inganni, giochi pohti-ci, corruzioni, stragi non intaccano la trascendenza di Dio, ma esprimono la sua volontà di entrare in questo mondo che egli ha creato e che vuole riportare alla bellezza e all’armonia originale, sconvolte dal peccato dell’uomo.

L’autore della parafrasi è cosciente del rifiuto che la sensibilità del lettore del nostro tempo ha nei confronti di certe pagine della Bibbia, dove con più forza trasuda un’umanità violenta che coinvolge – fino a comprometterla – la stessa identità del Dio dell’Antico Testamento. Il suo impegno e la sua attenzione sono perciò rivolti a una articolata riflessione ermeneutica (cioè al problema dell’interpretazione di questi testi), che conduce a comprendere questa problematica alla luce della legge dell’incarnazione della rivelazione, della legge della progressività della rivelazione stessa e delle sue caratteristiche espressive, condizionate dai contesti socio-culturali del mondo antico.

Il lettore viene così condotto alla conoscenza e alla comprensione dei diversi modi (o linguaggi) con cui la Bibbia parla di Dio e mediante i quali egli comunica all’uomo la rivelazione di se stesso. Innanzi tutto appare il vocabolario o linguaggio della guerra. La riflessione ermeneutica offerta dalla parafrasi nei molti passi che lo contengono, da una parte segue la legge dell’incarnazione, secondo la quale questo e questo soltanto è il linguaggio originario del mondo e del tempo della Bibbia, per descrivere la forza, l’interessamento e la presenza di Dio nella storia e nelle vicende dell’uomo e del suo popolo.

Dall’altra parte la riflessione si fa più “teologica”, seguendo la legge della progressività della rivelazione, che va man mano purificando linguaggio, simboli e immagini, comportamenti e atteggiamenti, fino ad arrivare alla rivelazione definitiva di Dio come Padre, offerta da Gesù. Alla luce di questa legge si comprende che il vero “nemico” da combattere e contro il quale nei testi dell’Antico Testamento Dio appare nella veste di guerriero e di vendicatore, è in defirùtiva il peccato, il male.

Vi sono poi il vocabolario o linguaggio del pastore e della terra, il vocabolario o linguaggio sponsale e quello giuridico. Anche questi linguaggi vanno compresi nella loro duplice risonanza: secondo la legge dell’incarnazione essi forniscono – pur con i loro condizionamenti – le parole e le immagini per parlare di Dio e del suo agire. Alla luce della legge della progressività della rivelazione, essi tracciano quella fisionomia del Dio bibhco che confluirà gradualmente nell’immagine piena e definitiva offerta dalla rivelazione di Gesù.

Infine vi è la linea di lettura che si ispira alla Bibbia come al grande codice dell’arte, a cui ha attinto tutta la cultura dell’Occidente (vi è ormai al riguardo un’ampia bibhografia). Riscopriamo così l’aspetto letterario e artistico della Bibbia, o megho la sua realtà sorgiva della cultura, della letteratura e dell’arte. Le pagine più belle del testo sacro (ma a volte anche le più umili) sono andate man mano scivolando dal libro che le tratteneva e sono rimbalzate nelle più belle opere del genio umano, fissandosi nelle cattedrali, nelle miniature, nella scultura, nella pittura, nella letteratura (compresi ü cinema e la televisione).

La Bibbia è sempre stata il libro delle grandi svolte della nostra storia occidentale. L’epoca che inizia dopo la caduta dell’impero romano è caratterizzata dallo studio della Bibbia presso i Padri della Chiesa. L’epoca carolingia, che dà inizio alla prima “Europa unita”, ha il suo fondamento nel Venerabile Beda (672-735), grande commentatore della Bibbia (non solo sotto l’aspetto spirituale, ma anche come testo di studio e di alfabetizzazione). È l’opera di Beda a ispirare Alcalino (730-804) e la scuola di York, che tanto influsso ebbero sull’epoca carolingia e sul risvegho culturale dell’Europa.

Così avverrà – quasi nello stesso periodo – presso i popoli orientali slavi con l’opera dei san Cirillo (826-869) e Metodio (820-885), traduttori della Bibbia per quelle popolazioni e fondatori della loro liturgia. Le tappe della Riforma protestante sono scandite dal commento e dalla traduzione (in hngua tedesca) di tutta la Bibbia da parte di Lutero (1483-1546). La nostra epoca, caratterizzata dalla svolta del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) è essa pure ancorata alla Bibbia e alla sua forza propulsiva, grazie al rinnovamento del suo studio e aha perenne vitalità delle comumità che l’accolgono e la vivono.

Ma la Bibbia è anche il libro che è all’origine delle grandi svolte nella vita del cristiano e del discepolo del Signore. Le grandi svolte storiche sono state possibili perché le stesse parole che dal testo biblico sono rimbalzate fissandosi nelle più belle opere del genio umano, si sono prima fissate nel cuore di carne dell’uomo, che le ha accolte e le ha vissute in pienezza. Tutto questo è una speranza anche per le grandi svolte che nel futuro del mondo e del cristiano ancora ci attendono e che non mancheranno di sorprenderci.

Primo Gironi – biblista

Guida essenziale alla lettura e comprensione della Bibbiaultima modifica: 2011-11-07T09:15:00+01:00da kattolika177
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