Ritorno al futuro: educare gli adolescenti all’autostima

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Nessun progetto o speranza nel domani. E tanta sfiducia nelle istituzioni, nelle regole, persino negli ideali I giovani d’oggi si scontrano con l’ostilità di un mondo in cui la parola “crisi” sembra paralizzare ogni ingranaggio. E finiscono per ripiegare su indifferenza e sballo. Cambiarli si può e si deve.

Di Paola Molteni

Si ribellavano alle vecchie generazioni, ai padri, alle istituzioni. Trasgredivano le regole e manifestavano perché volevano un domani migliore. Perché loro, gli adolescenti “di una volta”, loro sì che ci credevano nel futuro. E di fiducia, ne avevano da vendere. I teenager del ventunesimo secolo invece neppure riescono a immaginarselo un domani, e se per caso lo intravedono lo riconoscono come una minaccia e non come una promessa. Demotivati e impigriti, dichiarano di non avere un programma di vita e nessuna speranza in qualcosa che duri per sempre e per cui valga la pena dilottare.

Lo rivelano le ultime ricerche, compreso un recente studio del Censis secondo il quale IT 1 % dei ragazzi risulta “nullafacente”, non studia e non cerca lavoro, e soltanto il 67% trova un’occupazione. Impietoso poi, sempre secondo l’indagine, il confronto con gli altri Paesi europei: il dato italiano sull’inattività giovanile è tre volte superiore alla media europea (3,4%). E allora la domanda è inevitabile: perché i ragazzi si sono persi per strada? «Parliamo di uno smarrimento che matura proprio nell’adolescenza, che è poi lo snodo critico della crescita, quella fase in cui sentimenti come la fiducia per la vita si fissano definitivamente nella mente e nel cuore di una persona o non ci entreranno mai».

Assicura che la sua non è una visione pessimistica e possiamo crederci perché per Diego Miscioscia la condizione adolescenziale è lavoro quotidiano. Psicologo, formatore e socio dell’Istituto Minotauro di Milano, una cooperativa sociale che da oltre 25 anni opera nell’area della prevenzione e del trattamento del disagio psicologico, sociale ed evolutivo tra gli adolescenti. «I giovani di oggi non riescono ad avere fiducia nel domani: le loro rappresentazioni sul fronte del progresso sono disastrose. Noi guardavamo con entusiasmo alle conquiste spaziali, loro si trovano di fronte i rischi cui va inevitabilmente incontro il pianeta, toccano con mano i danni recati dall’inquinamento.

Ancora minore è l’interesse che dimostrano verso le responsabilità sociali e l’impegno collettivo: non credono nelle istituzioni, a cominciare dalla scuola, e poi nelle Forze dell’Ordine, nello Stato e nella politica che del resto non è più in grado di offrire delle sane utopie sulle quali far cavalcare tensioni e ideali». Dimenticate la costruzione dell’autostima e della fiducia in se stessi che abbiamo visto come obiettivo fondamentale nell’infanzia. Qui il problema sta fuori, intorno. Qui è la fiducia nei confronti del mondo che viene meno. Perché li, nel mondo, non si trovano appigli, né punti di riferimento. E perché il comune denominatore dell’esperienza dei coetanei è il fallimento.

Di qui, da questa dimensione sociale e, per così dire, “cosmica” della sfiducia, prende piede l’interesse per altri aspetti della vita e per i valori universali come l’amore, l’amicizia, la pace: «Ma anche sul fronte delle relazioni i giovani di oggi si scontrano con uno scenario tutt’altro che stabilizzante – continua Miscioscia -caratterizzato dall’aumento vertiginoso di conflitti e separazioni. Si conta così sulla famiglia, visceralmente, e proprio la famiglia in molti casi, finisce per costituire l’ostacolo più grande per l’acquisizione dell’autonomia e della fiducia».

L’esperto invita a considerare la contraddizione esistente tra i dati sull’attaccamento a mamma e papà, che (giustamente) resta costante nel tempo, e comportamenti (invece preoccupanti) come la progressiva diminuzione della nuzialità e dell’uscita da casa: segno che alla famiglia si crede, sì, ma solo se si tratta di quella d’origine che offre conforto e protezione, non quella che si va a creare e che è vista invece con timore e preoccupazione. «Il problema è che quella degli adolescenti di oggi è una generazione tendenzialmente coccolata e protetta, per cui la famiglia nella maggior parte dei casi privilegia la confidenza e lo scambio affettivo rispetto alla regola. L’attenzione al dialogo e la negoziazione sono spesso finalizzate più che altro a tenere basso il livello dei contrasti tra le mura domestiche e fanno sì che i ragazzi crescano senza abitudine al sano conflitto».

E, ciò che più conta, senza rispetto per quella regola. Che a scuola, di riflesso, non si segue, non si impara, non si fa propria. Finendo per odiarla, la scuola, o nelle migliore delle ipotesi per frequentarla con scarso interesse. Risultato? Alla prima esperienza di dolore mentale, di frustrazione o semplicemente di noia rispetto alla quotidianità, i nostri figli reagiscono con scelte drastiche, anestetizzanti o euforizzanti a seconda del bisogno del momento, tra cui spiccano per gravità e per diffusione l’alcol e la droga.

Famiglie in gioco, dunque, più che mai. Gli adolescenti dei nostri giorni vanno in cerca di sensazioni e ciò non stupisce se sono proprio sensazioni quelle che i genitori si prodigano a fornire ai figli. «Andrebbe ricordato invece che le relazioni basate solo sull’emotività sono destinate a fallire – sostiene Miscioscia, che lancia un monito – . La famiglia deve tornare a essere normativa, in grado cioè di far maturare nei più giovani anche il rispetto e l’interesse verso le regole del mondo esterno e di conseguenza la fiducia verso la società intera». Il fattore educativo per il formatore è quello che fa leva sul cosiddetto codice paterno. «Che bisogna cominciare a valorizzare quando inizia l’adolescenza dei figli, verso i 12-13 anni.

È a quell’età infatti – precisa l’esperto – che i genitori rischiano di vedere trasformati i bambini diventati ormai autonomi in adolescenti che si ritengono onnipotenti e che invece hanno ancora bisogno di essere contenuti nel richiamo alle regole. Un apprendimento che porta anche a interiorizzare le norme vigenti nella relazione all’interno degli spazi sociali, con l’autorità e nel gruppo. Infatti è solo facendo i conti con il rispetto di regole ben definite e talvolta rigide che si può imparare a riconoscere il senso dei rapporti sociali attraverso i quali trovare la propria collocazione.

Solo ricevendo la visione chiara di ciò che è giusto o sbagliato è possibile scoprire quelle sane utopie dalle quali poi ricavare la propria visione del mondo, convinzioni politiche e impegno sociale». Una scoperta che porta ad aprirsi, a guardare fuori, a credere che, anche se ciò che si muove laggiù non va, può (e deve) essere cambiato, migliorato. La fiducia che manca ai ragazzi è la fiducia che manca alla società e di cui quest’ultima ha più che mai bisogno per rinnovarsi.

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Ritorno al futuro: educare gli adolescenti all’autostimaultima modifica: 2011-11-21T09:10:00+01:00da kattolika177
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