Così grande, così fragile: gli adulti e l’autostima

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In tempi di crisi, con società e media che continuano a proporre modelli di perfezione fisica e successo economico, la sfiducia è in agguato anche per chi ha superato i trent’anni. Ed è convinto che non si possa guarire…

di Viviana Daloiso

«Conosci te stesso», recitava la celebre iscrizione sul tempio dell’oracolo di Delfi. Spiegando a chi vi giungeva: «Tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori». E ancora: «Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli dei». Di autostima, evidentemente, gli antichi greci s’intendevano più di noi. Che, anche quando siamo diventati “grandi” (e in linea teorica più saggi ed equilibrati), sempre più spesso pecchiamo di scarsissima fiducia nelle nostre forze e nella possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati. Ne sono un segnale allarmante le migliaia di italiani adulti che ogni anno finiscono nella sala d’aspetto d’un medico, o sul lettino d’uno psicologo, per lamentare stress, attacchi d’ansia, insonnia, depressione. Senza contare l’aumento esponenziale dell’uso di psicofarmaci, le cui vendite nel nostro Paese sono triplicate negli ultimi dieci anni. Cosa succede?

Vocabolario di psicologia alla mano – che sull’argomento autostima pare sia stato scritto da Nathaniel Branden, psicoterapeuta statunitense pioniere nel campo a livello internazionale – uomini e donne del ventunesimo secolo non sanno più comprendere e accettare tutto ciò che sono e invece che riconoscere i propri punti deboli, li rinnegano, nascondendosi e fingendo d’essere diversi. Ecco allora che il primo pilastro dell’autostima, l’accettazione di sé (per Branden sono sei, nel libro omonimo The SixPillars of Self-Esteem) viene meno. Di seguito, uno a uno, il crollo degli altri: la consapevolezza, il senso di responsabilità, l’autoaffermazione, la scala delle priorità e infine – ciò che è peggio – l’integrità personale, cioè la capacità di mantenere fede e di essere coerenti ai propri princìpi, anche morali.

Un quadro realistico della società odierna, che a ben vedere trova proprio nella mancanza di autostima individuale il suo tallone d’Achille. E certo, se la generazione di adolescenti che sta crescendo non crede già più nella possibilità di farcela e di costruirsi un futuro, le cose sono destinate presto a degenerare. Ma perché non ci vogliamo bene? «Perché tutto intorno a noi parla di errore, fallimento, mancanza – spiega la psicoterapeuta Maria Cristina Stracchi – .

L’attenzione al negativo è uno dei grandi mali dell’epoca attuale: non si guarda a ciò che di bello facciamo, o sanno fare gli altri, non si guarda a ciò che si ha. La società e i media ci dicono che dobbiamo essere magri, giovani, produttivi, possibilmente ricchi. E questo avviene, per giunta, in un periodo di crisi economica pesante, in cui molte famiglie sperimentano la povertà e il sacrificio. Quante persone, allora, incarnano questo identikit?». La risposta la dice lunga sullo stato “globale” dell’insoddisfazione: un virus contagioso, visto che l’aridità di giudizio nei nostri confronti ci porta ad essere più severi anche con gli altri, e a ingenerare sfiducia anche in chi ci circonda, a cominciare dai nostri figli. «Va detto, poi, che per le donne il fenomeno è più drammatico – continua la Stracchi, che sul tema ha scritto anche un libro, Autostima. Se non ami te stesso chi ti amerà?, edito da San Paolo) -.

Le aspettative del mondo esterno si proiettano su di loro sia per quanto concerne la dimensione fisica (il dover essere belle, giovani, perfette), sia per la dimensione lavorativa (il dover essere produttive, “alla pari”), sia infine per quella familiare (il dover essere onnipresenti, attente, puntuali nell’educazione dei figli come nei mestieri domestici)». Esigenze pressanti, che portano sempre più mogli e mamme a sottovalutarsi e a vivere con disagio la propria femminilità. «Negli uomini invece spesso accade il contrario – spiega ancora la Stracchi -. Assistiamo cioè alla sopravvalutazione, alla sindrome da “pallone gonfiato”, per cui tutto ciò che si compie è oggetto di vanto».

Anche questo è un volto della mancanza di autostima secondo l’esperta, se possibile ancor più complicato di quello dello struggimento e della sofferenza, perché sostanzialmente inconscio. Che fare? Cambiare, certo. «Noi terapeuti insistiamo molto sull’allenamento all’autostima, che dovrebbe partire fin dalla prima infanzia, ma che se messo in pratica da grandi può comunque portare a ottimi risultati». Cambiare, cioè, si può anche in età adulta, innanzitutto con l’esercizio alla positività: guardare a ciò che di buono facciamo ogni giorno, e fissarlo, anche su un foglio. «Altro punto fondamentale è il recupero della gratitudine -i- spiega ancora la Stracchi -.

Il tornare a dire grazie a chi ci dà qualcosa, a chi fa qualcosa per noi. Oppure dirci grazie per quello che abbiamo e che ci siamo conquistati attraverso fatica e sacrifici». E ancora la comunicazione delle proprie emozioni: imparare (o reimparare) a dire ad alta voce quello che sentiamo, senza vergognarci, senza tenere tutto dentro: «E da una buona comunicazione che nascono buone relazioni. E in questo circuito virtuoso noi diventiamo più sicuri di noi stessi, più felici».

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Così grande, così fragile: gli adulti e l’autostimaultima modifica: 2011-11-24T16:05:00+01:00da kattolika177
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