Ma che cosa è veramente l’Annuncio? E quali sono le promesse di Dio?

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L’annuncio neotestamentario della morte e risurrezione di Gesù è certamente il centro ed il cuore della fede cristiana. E anche il perno su cui ruota la pastorale di evangelizzazione neotestamentaria. Dunque esso costituisce la categoria teologico-pastorale fondamentale sia della fede, sia della pastorale cristiana. Sollecitati da questa consapevolezza, ci è sembrato utile, non solo per gli addetti ai lavori, ma per chiunque abbia a cuore il rinnovamento della Chiesa, provare a precisare in che cosa veramente l’annuncio, ed in particolare il primo annuncio, consista.

Di Padre Virginio Spicacci s.j.

Il retroterra biblico della categoria teologico-pastorale dell’annuncio

Cominciamo con il ricordare che la fede biblica non è una fede qualunque. Dal punto di vista biblico, infatti, credere non significa semplicemente credere: il credere biblico è qualcosa di assai più complesso, in quanto la relazione fra Dio e l’uomo, l’uomo e Dio, si può articolare secondo modalità diverse, evidenti nella varietà di significati che, attraverso le sue diverse forme verbali, la radice ebraica ‘tnn assume. Ma, per proseguire rapidamente nella nostra riflessione, preferiamo avvalerci del contributo offerto a questo tema dalla tradizione latina che, seguendo le orme della tradizione ebraica, ha cercato di identificare e di esprimere tali modalità, ricorrendo a tre costruzioni distinte del verbo latino credere. La prima di queste costruzioni è quella con il semplice accusativo; da qui l’espressione credere Deum. La seconda è quella con il semplice dativo; da qui l’espressione credere Deo. La terza è quella con l’accusativo retto dalla preposizione in; da qui l’espressione credere in Deum. Ne segue che, secondo tale distinzione, le modalità del credere sono almeno tre: credere Deum, credere Deo, credere in Deum.

Analizzando il significato di queste tre espressioni, ci rendiamo conto che: l’espressione credere Deum significa semplicemente credere che Dio esiste. Essa ha portata universale, in quanto interessa tutti i credenti di questo mondo. Non è dunque specificamente biblica; l’espressione credere Deo significa dare importanza a ciò che Dio afferma. Essa è comune solo a parte dei credenti. Neppure essa è specificamente biblica; la terza espressione, quella di credere in Deum, significa dare fiducia alla persona di Dio, fidarsi di Lui, delle sue parole e delle sue promesse. Questo terzo significato è quello proprio della fede biblica.

La fede biblica, dunque, non è una fede qualunque. E una fede, invece, che si identifica con il credere in Deum; al punto di subordinare all’autorità del credere in Deum non solo il credere Deo, ma persino il credere Deum. La coscienza, infatti, dell’uomo biblico è assai realista. Nel senso che si interessa al credere Deum ed al credere Deo soltanto a partire dal, ed in funzione del credere in Deum. A cosa serve, infatti – argomenta l’uomo biblico – credere nell’esistenza di Dio e in quello che egli afferma, se questo Dio è lontano e non è possibile riporre in Lui la propria fiducia?

Il credere in Deum va molto oltre il credere Deum ed il credere Deo. Esso postula un Dio pienamente affidabile. Ma tale affermazione – che Dio sia affidabile – non può costituire un a priori. Essa può essere solo un a posteriori. Nel senso che l’uomo può giungere a professare, nei confronti di Dio, una fede del genere, solo dopo averlo incontrato. Tale incontro – attestato dalla tradizione biblica – presenta le seguenti caratteristiche: 1) è un incontro personale, frutto di un’iniziativa non dell’uomo, ma di Dio stesso (come potrebbe, infatti, l’uomo cercare un Dio che non conosce?); 2) gratuito (questo Dio offre all’uomo la sua amicizia gratuitamente), e perciò donato; 3) rinnovato, perché si compie in varie riprese, e benefico, in quanto consente all’uomo di accedere ad una condizione di vita migliore, o meglio autentica: quella che la tradizione biblica chiama salvezza; da cui l’uomo esce sorpreso, felice e grato ad un tempo; un incontro, dunque, che consente all’uomo di verificare ripetutamente la qualità delle intenzioni di questo Dio, arrivando gradualmente prima a conoscerlo, infine a riconoscerlo come veramente affidabile.

Dall’esperienza di un tale incontro emerge un Dio dalla figura assai originale. È l’identikit dei Dio biblico: un Dio personale, assolutamente trascendente (nel senso che l’uomo non lo può in alcun modo governare), che entra nella storia, facendosi immanente. Entra, perché ha a cuore la vita dell’uomo e ci tiene ad entrare in relazione con lui. Perciò gli parla attraverso i suoi intermediari, i cosiddetti profeti. Gli parla, per offrirgli amicizia e collaborazione, in funzione della realizzazione della sua vita. Del tutto gratuitamente. Un Dio che si presenta all’uomo non come il Dio del precetto, del dovere e del sacrificio, ma del dono; che non impone all’uomo la propria amicizia e non intende fare il suo bene in modo paternalistico, cioè senza di lui, quasi sostituendosi a lui. Un Dio, dunque, che ha un grande interesse a farsela con l’uomo, ma al tempo stesso non lo costringe affatto ad accogliere la sua iniziativa. Che vuole seriamente la realizzazione dell’uomo e, proprio per questo, si guarda bene da una parte dal realizzarla in maniera unilaterale, come di autorità; dall’altra di esigere, pretendere dall’uomo fiducia.

Al contrario, offre all’uomo, senza riserve, la propria collaborazione, con l’intento di fare di lui – proprio in funzione di tale obiettivo – il suo migliore alleato. Questo, infatti, è il sogno del Dio biblico: restaurare la dignità dell’uomo, facendo di lui, conforme al disegno della creazione, il protagonista della sua propria vita. Per raggiungere tale scopo, questo Dio non si presenta all’uomo autoritativamente, ponendolo di fronte all’aut-aut: “O ti fidi di me, o niente”! Gli si presenta, invece, in un atteggiamento di grande disponibilità, offrendogli gratuitamente i suoi servizi ed invitandolo a mettere ogni sua parola alla prova, per verificare se Egli, il Signore e il Creatore, si merita o no, nei fatti, la fiducia della propria creatura.

Questa scelta del Dio biblico è gravida di implicazioni. Essa comporta che l’uomo giunge alla fede (la fede biblica, s’intende!), solo se e quando, mosso o addirittura costretto dal proprio bisogno di aiuto, si decide a correre, suo malgrado, il rischio di mettere Dio alla prova e ad approfittare – superando il proprio scetticismo e la propria diffidenza – della sua disponibilità; così da verificare sul campo la sua affidabilità… Per poi uscire da tale verifica con il cuore colmo di sorpresa, di gioia e di gratitudine.

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Le implicazioni teologico-pastorali della fede biblica

Delle numerose caratteristiche della fede biblica, che qui abbiamo considerato, la più rilevante in ordine al nostro tema è che essa può essere soltanto il frutto di un’iniziativa esclusiva di Dio. Spieghiamoci. La tradizione biblica attesta che a Dio non sta a cuore imbastire con l’uomo un rapporto qualunque. Gli sta a cuore, invece, instaurare con lui un rapporto di amicizia e di fiducia. Il Dio biblico è un Dio che offre amicizia, e attende amicizia; che non cerca, né vuole servi, ma amici. E un padre che si spende, generosamente, in questo mondo nella speranza di riuscire a trovare dei figli; meglio, a ritrovare i suoi figli. In breve: questo Dio non si accontenta di coltivare con l’uomo né la dimensione relazionale propria del credere Deum, frequentata da tutti coloro che credono nel Dio lontano, freddo e distaccato dei teisti, o dei filosofi; né quella propria del credere Deo, popolata da una folla di servitori timorosi e venali. Gli sta a cuore, invece, coltivare con l’uomo la dimensione relazionale del credere in Deum: una dimensione ricca di figli, che sono anche amici, e perciò buoni collaboratori nella cura della vita.

Questo taglio – della proposta all’uomo del Dio biblico – ha una conseguenza di grande importanza. La teologia della fede insegna che qualsiasi esperienza di fede l’uomo viva, essa è sempre frutto di un’iniziativa, nei suoi confronti, da parte di Dio. Vale a dire che la distanza fra il divino e l’umano è, in ogni caso, così grande, che nessun uomo, se Dio stesso non gli viene, in un modo o nell’altro, incontro, può superarla. Questo principio, valido per qualsiasi tipologia di fede, è più che mai valido per la fede biblica: l’intensità, la qualità, lo spessore della relazione fra Dio e l’uomo, propri della fede biblica, sono tali, che nessun uomo può raggiungerli, se non a seguito di un’iniziativa e di un dono particolarissimi da parte di Dio. Vale a dire che l’iniziativa salvifica di Dio nella storia dell’umanità si svolge in maniera multiforme: nell’unico orizzonte della storia della salvezza universale si aprono ambiti, spazi di storie della salvezza particolari. Il più maturo e significativo dei quali è appunto quello biblico.

Fede biblica ed iniziativa di Dio in termini pastorali: il ruolo della promessa

Visto che l’avvio, nella vita dell’uomo, di una qualsiasi esperienza di fede esige sempre un’iniziativa da parte di Dio, si deve riconoscere che ogni tipo di pedagogia della fede ha in Lui il suo protagonista: Egli è il primo operatore pastorale della storia di qualsiasi esperienza religiosa.

Dio, dunque, è il primo iniziatore ed educatore alla fede di qualsiasi coscienza credente. Egli sviluppa la sua iniziativa nei confronti dell’uomo in maniera ora diretta, manifestandosi all’uomo personalmente, ora indiretta, manifestandosi a lui attraverso la mediazione della natura e di intermediari. Il ricorso ad intermediari dà luogo ad una serie di fenomeni fra loro connessi, comuni ad ogni tipologia di fede, quali l’organizzazione di una specifica comunità di credenti e l’elaborazione di tradizioni, pratiche e tecniche di trasmissione della fede proprie.

Ne segue che ogni esperienza di fede sviluppa, nel suo ambito, una pedagogia della fede, una metodologia ed un processo di iniziazione alla fede, insomma un servizio della fede ed una pastorale suoi propri; gli strumenti di cui, per raggiungere il suo scopo di alimentare e trasmettere la fede, ogni pastorale si serve, sono l’insegnamento, o catechesi, e l’esortazione, o parenesi.

Il ricorso alla catechesi e alla parenesi è in grado di condurre le coscienze al credere Deum ed al credere Deo. Ma non è, di regola, sufficiente a condurle anche al credere in Deum; in quanto questa tipologia di fede, fatta di fiducia, suppone un tratto, una relazione, una confidenza interpersonali con Dio tali, che possono nascere solo da un’esperienza personale e diretta di Lui. Ne segue che Dio, maestro ineguagliabile di catechesi e di parenesi, deve mettere, per promuovere quest’ultimo tipo di fede, entrambe da parte, per “inventare” ed impiantare nel mondo una pastorale di altro tipo, capace di sviluppare un servizio di iniziazione alla fede adeguato, idoneo a condurre l’uomo al credere in Deum; idoneo, cioè, a favorire l’interazione graduale e progressiva fra l’iniziativa di Dio e la conseguente risposta dell’uomo, per consentire a quest’ultimo di rassicurarsi pian piano circa le reali intenzioni di Dio, verificandone l’affidabilità, fino al punto di fidarsi veramente di Lui.

La caratteristica di questa pastorale – proviamo ad esprimerlo in termini di teologia sacramentaria – è che l’iniziativa di Dio (il dono dell’opus operatimi) perviene al risultato cui tende, solo se e nella misura in cui l’uomo l’accoglie (è l’opus operantis). Come dire: l’intervento di Dio, di per sé già del tutto attuale e perciò efficace, esplica di fatto, nella vita dell’uomo, l’efficacia che gli è propria, solo se e nella misura in cui l’uomo accetta di interagire con esso.

La conseguenza, in una prospettiva pedagogica e pastorale del genere, è che l’iniziativa di Dio, sovrabbondante nell’immediatezza della sua attualità, si piega ai tempi ed alle esigenze del cuore dell’uomo e, interpellando i suoi bisogni e la sua libertà, gli offre la propria disponibilità negli unici termini ora possibili, che sono quelli di una promessa: la promessa che, se l’uomo darà credito ai buoni propositi di Colui che gli si presenta come il Signore, Egli, il Signore, realizzerà per lui quel bene che, per quanto lo riguarda, gli ha già donato. L’uomo che ascolterà questa promessa e la metterà alla prova, vedrà con i suoi occhi e toccherà con le sue mani l’assoluta affidabilità di Dio, e finalmente giungerà a credere in Deum.

È da una pedagogia della fede ed una pastorale del genere qui descritto, che scaturisce la fede biblica. Questa pastorale ha in Dio il suo protagonista. Essa s’impernia sul ricorso ad uno strumento pedagogico-pastorale del tutto nuovo, sconosciuto alla catechesi ed alla parenesi: lo strumento della promessa. La catechesi e la parenesi, infatti, non hanno niente da promettere all’uomo: la prima lo ammaestra, l’altra lo esorta. Tutto finisce qui. Ma il Dio che mira a conquistare la sua creatura alla fiducia, va oltre: sceglie, nel rispetto della libertà dell’uomo, di stare alla porta del suo cuore e di bussare, bussare, porgendogli umilmente la sua promessa. In attesa di una risposta.

È, dunque, fra queste avances di Dio nei confronti dell’uomo; la risposta graduale, ora positiva, ora negativa, di quest’ultimo e l’eventuale, conseguente e progressivo adempimento della promessa, che matura lo straordinario incontro fra il Dio biblico e la sua creatura. Perciò l’AT attesta: «Il giusto vivrà per la sua fede». Vivrà, cioè, della fiducia nella fedeltà di Dio alla sua Parola.

L’economia della Promessa

kerygma,primo annuncio,catechesi,resurrezioneDunque, chi inizia, educa l’uomo alla fede biblica – attraverso la metodologia, la pedagogia, la pastorale della promessa – è Dio stesso. Perciò il Dio biblico è il Dio non tanto della catechesi e della parenesi, quanto della promessa; e la sua originalissima pastorale è anzitutto la pastorale della promessa.

Perché la promessa raggiunga l’uomo, è necessario: anzitutto che Dio prenda, nei confronti dell’uomo, l’iniziativa e gli parli. Comunichi, cioè, con lui, non come fa abitualmente attraverso i servizi della catechesi e della parenesi, ma attraverso una promessa; poi che Egli si procuri, a questo scopo, un intermediario, un ambasciatore adatto. È quello che la tradizione biblica chiama il profeta. Questi, infatti, è un operatore pastorale diverso dai catecheti e dai pareneti, in quanto: a) la Parola che il Signore gli affida, non è una parola qualunque; è una parola, invece, di cui chiunque l’ascolti, può verificare l’autenticità e l’efficacia; b) questa parola è accompagnata, di regola, da segni, utili ad accreditarla agli occhi degli uomini; c) il Signore in persona forma al servizio della promessa coloro che ad esso sono chiamati; d) la parola rivolta all’uomo dal profeta si guadagna sul campo – attraverso la verifica della sua affidabilità – la sua autorevolezza, in quanto parola di Dio, o più semplicemente Parola. Perciò il profeta è, nella tradizione biblica, l’uomo della promessa.

Infine, è necessario che l’uomo si disponga all’ascolto. Da qui l’assoluta importanza, nella tradizione biblica, dell’invito all’uomo, da parte del Signore, ad ascoltare. Inoltre, la promessa – a parte il caso “fondazionale” di Gen 12,1-3 ed altri casi simili – non si rivolge di regola all’uomo in modo immediato. Essa si fornisce, normalmente, di una cornice, un contesto, facendo riferimento a tutti i “precedenti” che possono accreditarla alle orecchie dell’uomo. Tali “precedenti” consistono negli avvenimenti storico-salvifici, che Israele nel passato, quali adempimenti delle promesse di Dio, ha già vissuto. E come se la promessa, evocando tali avvenimenti, presentasse all’uomo le sue “credenziali”. Ossia, le prove che Dio, della sua fedeltà, ha già offerto al suo popolo. Il rimando a questi “precedenti” costituisce quello che la tradizione biblica chiama il memoriale, altra componente teologico-pastorale chiave della tradizione biblica.

Esso consta, come vedremo meglio fra poco, di almeno quattro elementi: a) la narrazione, nuda e cruda, del fatto accaduto, ossia dell’avvenimento salvifico registrato; b) l’interpretazione teologica, o religiosa di tale avvenimento, che lo legge e lo riconosce come frutto dell’iniziativa di Dio; c) la gratitudine per il dono ricevuto; d) la previsione che questo dono non si è per niente esaurito: esso si rinnoverà. La fedeltà di Dio, infatti, non concerne solo il passato, ma anche e soprattutto il presente ed il futuro. Essa è una realtà attuale! Ne segue che ogni promessa, rimandando attraverso il memoriale alle promesse già adempiute, trova nella conclusione dello stesso memoriale il suo spazio proprio: quello della sua attualizzazione. Ogni promessa, dunque, rappresenta, nel suo rinnovarsi, l’ultimo anello di una lunga catena: la catena di promesse e di adempimenti con cui la fedeltà di Dio sostiene ed accompagna, lungo il cammino della storia, il suo popolo. In questo modo, aggregandolo a sé, la promessa fa del memoriale come la sua “rampa di lancio”, la sua “pista di decollo”.

Ciò consente alla promessa di aggregare a sé anche altri componenti, quali il memoriale personale del profeta di turno, che noi chiamiamo testimonianza, e gli elementi di catechesi e di parenesi, che sono impliciti nel messaggio e/o che il profeta di turno ritiene opportuno – a seconda delle circostanze – offrire, allo scopo di favorire una migliore comprensione ed accoglienza, da parte di chi ascolta, della promessa. Ne segue che la promessa, aggregando intorno a sé ed in funzione di sé tutte queste componenti, viene a costituire un genere letterario complesso. È ciò che noi chiamiamo, nel suo insieme, Annuncio.

La struttura dell’Annuncio

Tirando le somme di questo excursus, possiamo affermare che l’annuncio è quel servizio profetico della Parola che, autofondandosi, trova nella promessa il suo asse portante. Tale servizio, dal punto di vista non propriamente letterario, ma logico, è il risultato del concorso di numerose componenti che hanno nella promessa, verso cui tutte convergono, la loro chiave di volta. Queste componenti – ne annoveriamo otto – sono:

1) l’identificazione, o la diagnosi eventuale, della condizione generale di bisogno e di sofferenza in cui colui, o coloro cui l’annuncio si vuole rivolgere, versano;

2) il memoriale, o resoconto di ciò che abbiamo prima chiamato i “precedenti”, composto da: a) la descrizione della situazione storica di sofferenza, di solito irreversibile, in cui qualcuno, o il popolo in passato si è venuto, concretamente, a trovare; b) la narrazione dell’avvenimento salvifico registrato, il racconto, cioè, dell’esperienza storica, concreta, di guarigione e di liberazione, che questo qualcuno, o il popolo ha, sorprendentemente, vissuto; c) l’interpretazione in senso teologico, o religioso di tale esperienza, da cui la conclusione che colui che ha operato tutto questo, chi sia sia, è Signore! Anzi è il Signore! Lui è intervenuto nella nostra storia! Lui ha operato tutto questo! Lui ci aveva fatto una promessa, Lui l’ha mantenuta!; d) la professione di fede, meglio di fiducia, conseguente a tale interpretazione; tipo: «Il Signore ha mantenuto la parola! Merita, dunque, fiducia!»; e) la manifestazione – conseguente a questa professione – della lode e della gratitudine di colui, o coloro che della fedeltà di Dio hanno fatto esperienza. Tale manifestazione accompagna normalmente il racconto del dono ricevuto; f) la buona notìzia vera e propria, l’euan-ghélion, che consiste nell’attualizzazione del racconto dell’avvenimento salvifico. Tale passaggio si può compendiare in questa formula: «Ti ho raccontato ciò che i nostri padri della bontà del Signore hanno sperimentato. Adesso ascolta la buona notizia che lo stesso Signore ha in serbo per te. E questa: Dio è fedele! Perciò l’esperienza di guarigione e di liberazione che ha donato ai nostri padri, Egli vuole donarla anche a te! Ecco la buona notizia che io, a nome suo, ti porto…»;

3) la testimonianza, vale adire il memoriale personale, autobiografico, con cui il profeta di turno può confermare e rafforzare il memoriale dei padri, raccontando ciò che lui stesso – come attualizzazione dell’evento salvifico narrato – ha, della fedeltà di Dio, personalmente sperimentato29. Da qui la conclusione tipo: «Quello che, dei nostri padri, ti ho raccontato, è diventato vero anche per me! Anche a me, infatti, Dio ha fatto una promessa! E l’ha mantenuta! Perciò il Signore è divenuto il Signore anche della mia vita […]!»;

4) gli elementi di catechesi, con cui il profeta fornisce a chi ascolta gli insegnamenti che ritiene opportuni. Essi costituiscono il nucleo noetico proprio dell’annuncio;

5) gli elementi di parenesi, che il profeta rivolge, secondo le circostanze, a chi ascolta. Essi costituiscono il nucleo parenetico proprio dell’annuncio. Da qui l’esortazione tipo: «Rinfrancati! Rallegrati! Dai fiducia al Signore! E da’ fiducia anche a me, che questa buona notizia a nome suo ti porto […]». E, finalmente,

6) la promessa. È in essa che prende corpo la buona notizia. È attraverso la promessa, infatti, che il profeta – conforme alla pedagogia di Dio – finalmente attualizza la buona notizia dell’amore e della fedeltà di Dio verso noi uomini. Tale promessa si può compendiare nella formula seguente: «Alla luce della buona notizia io, a nome del Signore, ti prometto che, se ascolterai e seguirai ciò che Egli attraverso di me ti propone, anche tu udrai, vedrai, toccherai quel tesoro, che è l’amore di Dio per noi […]. Allora conoscerai anche tu il Signore!». È evidente che la promessa costituisce il punto culminante, il vertice della buona notizia, e perciò dell’annuncio. Qui si gioca tutta la credibilità prima della buona notizia, poi dell’annuncio. L’adempimento, dunque, della promessa è la pietra angolare sulla quale non solo la buona notizia, ma l’intera costruzione dell’annuncio si regge. Perciò la promessa apre la via alla componente successiva, che è

7) la presentazione del cammino necessario, per andare verso l’adempimento della promessa e così verificare l’affidabilità della parola ricevuta. È la proposta del catecumenato. Chi, infatti, ha porto orecchio all’annuncio, seguendo l’itinerario catecumenale, potrà effettuare, in successione, una serie di verifiche, che concernono: a) l’affidabilità della promessa; e, dunque, b) l’affidabilità della parola ricevuta; c) l’autenticità della buona notizia; d) l’autenticità dell’annuncio; e) l’affidabilità del mediatore dell’annuncio, ossia del profeta; f) l’autenticità dell’identikit del Dio che – attraverso l’annuncio – si rivela ed opera. Attraverso questa serie di verifiche, chiunque ascolti, può giungere a fidarsi del Dio biblico. Giungere, cioè, al biblico credere in Deum. L’annuncio si conclude con

8) l’invito a mettersi, nel nome del Signore, in cammino.

È evidente che la ricostruzione qui proposta dell’annuncio vale, come abbiamo detto all’inizio, tanto per l’AT, quanto per il NT. E altrettanto evidente che tale ricostruzione costituisce – dell’annuncio – un modello teorico. In quanto tale, esso non trova pieno riscontro in nessuna, si può dire, delle testimonianze letterarie di annuncio, che la Sacra Scrittura ci tramanda. Esso, infatti, è il risultato di un’operazione di collage, compiuta identificando e raccogliendo le componenti variamente distribuite nelle numerose tradizioni letterarie contenute nella Scrittura.

Tale operazione, che potrebbe apparire a prima vista artificiosa, e quindi scientificamente discutibile, riveste a nostro avviso, dal punto di vista pastorale, una grande importanza. Per tre motivi: perché essa è il risultato non solo dell’accurata ricerca teorica, compiuta a tavolino e nella preghiera, ma anche della tenace sperimentazione pastorale condotta nel corso degli anni; perché essa offre una efficace griglia di lettura sia delle numerose tradizioni di annuncio offerteci dalla Scrittura, sia dei tanti tentativi, o esperimenti di annuncio, con cui gli operatori pastorali si stanno nel nostro tempo cimentando; ma soprattutto, perché mette a disposizione di ogni operatore pastorale un modello di annuncio esauriente, che consente a ciascuno di identificarne chiaramente le componenti funzionali e, quindi, di elaborare volta per volta, “dosando” tali componenti nel modo più opportuno, la proposta di annuncio che appare più indicata alle circostanze.

La relazione tra Annuncio e Primo Annuncio

kerygma,primo annuncio,catechesi,resurrezioneChiarito cos’è l’annuncio, esaminiamo la relazione che intercorre fra l’annuncio ed il primo annuncio. La tradizione biblica ci insegna che, per condurre qualcuno al credere in Deum, proporre una volta il servizio dell’annuncio non basta. Molte, infatti, sono le resistenze intellettuali, affettive e pratiche che a ripetizione, in modo quasi ciclico, il cuore dell’uomo, condizionato dal maligno, ora consapevolmente, ora inconsapevolmente, oppone all’iniziativa di Dio. Per vincere, con la pazienza propria di Dio, tali resistenze, non c’è altro da fare che rinnovare l’annuncio. Ciò comporta che esso venga – ogni volta che le resistenze alla Parola, nel corso del cammino, riaffiorano – sistematicamente riproposto. Alla reiterazione, dunque, dell’annuncio Dio affida il compito di battere in breccia – amorevolmente – queste resistenze, in modo da consentire, prima o poi, al dono dello Spirito, se l’uomo ci sta, di espugnarle.

Quanto è lontana questa divina pratica pedagogica dall’interpretazione, pur così frequente, dell’annuncio in chiave didattica e parenetica! Ma c’è di più! La tradizione biblica attesta che la necessità di reiterare l’annuncio si manifesta non soltanto durante il processo di iniziazione alla fede, ma anche nel corso della vita del credente! Vuol dire che anche colui che alla fede è stato già iniziato, ha bisogno di venire – attraverso la ripresa costante e sistematica dell’annuncio – nella stessa fede custodito, sostenuto e alimentato.

E esattamente questo, infatti, il motivo per cui la tradizione biblica dà tanta importanza – sul piano pedagogico-pastorale – alla pratica sistematica del memoriale: del memoriale in genere, ma, in particolare, di quel memoriale straordinario, che è, per gli Ebrei, il sabato e, per noi cristiani, la domenica. E possibile, a questo punto, intravedere con chiarezza la relazione che intercorre fra annuncio e primo annuncio: il primo annuncio non è altro che il primo della lunga serie di annunci, che accompagnano anzitutto, nel corso dell’itinerario di iniziazione alla fede, i catecumeni, poi, nel corso della loro esistenza di fede, i credenti. Ma la relazione in questione non si esaurisce nel dato di fatto, che è questa precedenza cronologica.

Occorre tener conto anche di altri fattori, che sono l’intensità e la gradualità – almeno nel corso del processo di iniziazione – della presentazione dell’annuncio. L’annuncio, infatti, presenta una tale densità ed un tale spessore, che la coscienza dell’uomo in ascolto, ha bisogno, anche solo per coglierne intellettualmente la portata, di tempo e, perciò, di gradualità. La buona notizia, dell’AT, ma soprattutto del NT, è un cibo troppo solido, per essere assunto, masticato e digerito da dei principianti. Ne segue che il primo annuncio, rispetto all’annuncio vero e proprio, costituisce una prima presentazione del messaggio biblico, nei suoi elementi essenziali.

Tale presentazione prelude alla serie di sviluppi successivi che, nel crescendo di intensità e di profondità, consentono a chi ascolta di cogliere progressivamente – in tutta la ricchezza delle sue implicazioni di carattere teologico ed antropologico, personale e sociale – tale messaggio. Il primo annuncio, dunque, costituisce -rispetto all’annuncio nella sua complessità – un annuncio in nuce, che attraverso la successione di varie fasi – si potrebbe giustamente chiamarle del secondo, del terzo, del quarto annuncio, e cose via – apre al dispiegarsi graduale e progressivo dell’immensa ricchezza della buona notizia della fedeltà di Dio, in modo da consentire – a chiunque si disponga all’ascolto – di gradualmente e progressivamente comprenderla, accoglierla e interiorizzarla.

Ma che cosa è veramente l’Annuncio? E quali sono le promesse di Dio?ultima modifica: 2011-12-01T09:10:00+01:00da kattolika177
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