Il Big Bang di Euclide

big-bang.jpgTra fisica e filosofia, la luce dall’antichità è al centro dell’universo. Una visione passata al pensiero cristiano. Testo di Cosimo Damiano Fonseca.

E di questi giorni l’interrogativo perentorio e inquietante: se il neutrino fosse più veloce della luce che cosa cambierebbe? Saremmo entrati di colpo nel dopo Einstein, che con la legge sulla relatività speciale aveva aperto nuove prospettive alla scienza?

Il dibattito è aperto nella comunità degli addetti ai lavori dopo l’esperimento del Cern, ma qui viene richiamato per quel protagonismo della “luce” che ha interessato gli uomini sin dai primordi delle civiltà. E stato detto che il problema della natura della luce ha attraversato la storia dell’umanità sin dalle sue origini a partire da proposte cosmogoniche di vario segno e di diverse ispirazioni, ma dal punto di vista della storia del pensiero esso ha assunto precisi contorni nell’ambito filosofico greco, all’interno del quale vennero teorizzate due leggi fondamentali, quelle della riflessione e della rifrazione.

A studiare per primo le proprietà della luce dal punto di vista fisico fu Euclide con la sua Ottica che, in difformità con la scuola atomistica, riteneva che i raggi luminosi partissero dagli occhi anziché dall’oggetto. Un tentativo di conciliazione tra le due ipotesi, euclidea e atomistica, venne effettuata dai neoplatonici. A sua volta Aristotele si spinse oltre affermando che la luce altro non fosse che la propagazione di un qualche moto tra l’oggetto e l’occhio.

Comunque furono l’Ottica di Euclide e l’autorevolezza della scuola neoplatonica a influenzare le teorie medievali sulla luce, anche se all’interno di un sistema di pensiero teologico, cosmologico ed etico dai contorni netti e dalle prospettive definite. Basti qui richiamare una serie di passaggi che porteranno anche ad alcune precisazioni terminologiche come la differenza tra lumen e lux, teorizzata nell’XI secolo dall’arabo Alhazen, cioè tra l’agente esterno e ciò che l’osservatore vede.

Il primo riguarda proprio l’agente esterno, cioè la fonte originaria della luce che è negli astri e nei corpi celesti, i cui raggi giungono al mondo sublunare, alla Terra. Il secondo è il rapporto tra la luce e la natura intesa nella globalità delle sue componenti e delle sue funzioni, come il ritmo del giorno, i quattro elementi fondamentali che governano il cosmo, la scala dei colori, le leggi della percezione e dell’adattamento e via di seguito. Il terzo passaggio attiene alle declinazioni della luce sul piano della spiritualità, dell’ispirazione artistica, delle tecniche costruttive, della cultura popolare in un continuo rapporto dialettico con ciò che è tenebroso, oscuro, indistinto, inindividuabile, ignoto.

Non è un caso allora che il simbolismo della luce abbia costituito il riferimento dei teologi, dei filosofi, dei letterati, ma anche dei costruttori delle cattedrali, insomma di tutto il medioevo. Si pensi a Dionigi l’Areopagita, che sosteneva come la luce tra tutti gli elementi corporali fosse quella che più viene assimilata alla luce eterna. Similitudine del divino è, quindi, la luce secondo l’Areopagita. Sulla stessa lunghezza d’onda si porranno Giovanni Scoto Eriugena, che parlerà del cosmo come di “una teofania”, cioè di una rivelazione del divino, e Ildegarda di Bingen, che attribuirà alla natura l’espressione di “luce viva”. I celebri maestri della Scuola di San Vittore di Parigi sosterranno che la luce è un elemento mistico unificatore, e infine Gioacchino da Fiore non si stancherà di insistere, anche nei diagrammi della sua teologia figurale, sul concetto che la storia è una manifestazione della luce della Trinità.

Ma ciò che più conta è che l’ottica entrò a pieno titolo nello statuto epistemologico dell’Università di Parigi cosi come a Oxford dove, grazie a Roberto Grossatesta, si sviluppò un vero e proprio sistema di indagine sulla luce all’interno di una cosmologia che alla luce stessa conferì precise funzioni, come la creazione della materia dovuta alla sua diffusione, la nascita delle regioni astrali, la costituzione delle regioni sublunari. Anzi si andò ben oltre ricorrendo a un incontro virtuoso tra ottica e geometria per spiegare la “forma corporea” della luce.

luce.jpgSe finora il discorso sulla luce si è fatto attento agli aspetti fisici del fenomeno luminoso, non va certamente trascurato un secondo aspetto relativo alla metafìsica della luce, che trae la sua origine da antichi miti solari indoiranici, largamente circolanti all’interno del pensiero religioso orientale maturato poi nel mondo greco-latino e approdato nel culto di Mitra. Anche in questo filone di pensiero il problema dell’origine della luce si pone con assoluta priorità e si giunge a teorizzare che la luce altro non è che radiazione della sostanza eterea e divina del cielo e degli astri e segnatamente del sole.

Comincia così ad assumere assoluta rilevanza il sole, immediatamente connotato come un dio fra gli astri celesti e successivamente come il dio supremo Ahura Mazda, Zeus Oromasdes e definito da Cicerone come “duce e principe, moderatore di tutti gli altri astri, mente del mondo e suo regolatore, di tale grandezza che la sua luce tutto illumina e circonda” (Somnium Scipionis). Era, questo riportato da Cicerone, un concetto derivato da Eraclito che insieme con il mito iranico accrediterà la centralità del sole all’interno di una dottrina filosofico-astronomica.

Interverrà poi Platone per evidenziare le contraddizioni, se non gli equivoci, insiti nella dottrina eraclitea in quanto, per un verso, essa sostiene che la luce sensibile viene irradiata dal sole e, per l’altro verso, al sole stesso viene attribuito un potere divino ed è ritenuto la mente del mondo. A loro volta i neoplatonici tenteranno di dissipare l’equivoco del come dal sovrasensibile trarre il sensibile e dalla luce intellegibile che si irradia dall’Uno discendere alla luce sensibile che, è stato scritto, “si accende agli occhi mortali, riflettendosi nella varietà delle cose del mondo corporeo”. Di qui l’immagine della “realtà cosmica a guisa di sfera luminosa formata dai raggi della luce dell’Uno che occupa il centro”.

Si riterrebbe conclusa questa saga degli equivoci sulla luce e sul sole se un altro neoplatonico, Plotino, non avesse a sua volta ribadito che la vera luce è quella intellegibile, la quale dall’Uno si rifrange nel mondo ideale e da questo, quasi si trattasse di un secondo cerchio, nell’anima del mondo sensibile, che, a sua volta, la riflette nel corpo da essa forgiatosi comprendente i cieli formati di etere e le cose corruttibili del mondo sublunare. Il fascino di queste teorie, e ancor le seducenti immagini delle quali prima Platone poi Plotino fanno uso, ha finito con il conquistare la teologia cristiana sino a ipotizzare che la terminologia usata da Plotino per spiegare l’irradiamento della mente dell’Uno siano passate nel Simbolo niceno (325) per dare senso e significato alla generazione eterna del Verbo dal Padre: “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”.

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Del resto era la stessa tradizione biblica a suggerire questa declinazione della luce con la Sapienza di Dio, con l’assenza di ogni oscurità, con l’abitazione in una luce inaccessibile sino alla esplicita dichiarazione del prologo giovanneo: “Era [Cristo] la vera luce, la quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Giovanni 1,9). Non fu diffìcile allora agli esegeti, ai Padri della Chiesa e agli scrittori ecclesiastici opporre Cristo, sole imperituro, al mito iranico di Mitra e alle teorie cosmogoniche da questo derivate, e di solennizzare la nascita terrena di Cristo alla mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre in coincidenza della festa del “Sole invitto” adorato nelle antiche civiltà iraniche.

Cosimo Damiano Fonseca su Luoghi dell’Infinito

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Il Big Bang di Euclideultima modifica: 2012-03-18T00:05:00+01:00da kattolika177
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