Dire Dio narrandolo con la Bibbia – Bruno Ferrero

storie-attorno-al-fuoco.jpgUna premessa necessaria: perchè raccontare oggi?

«Le storie sono doni d’amore» diceva Lewis Carroll. Il piacere dei bambini un piacere che ascoltano un racconto sembra evidente, perlomeno è visibile. Quello condiviso dell’adulto che racconta è meno visibile. Il più delle volte questa mancanza di piacere è solo un’apparenza, una forma di autocensura.

Anche se effettivamente alcuni animatori e insegnanti considerano questo “esercizio” una specie di obbligo imposto dall’uso e dai programmi, ma non amano veramente le storie, se non per la “morale” che possono trarne. Di solito questi insegnanti si lamentano della mancanza di ascolto da parte dei bambini.

Altri cercano e leggono centinaia di storie, si lasciano impregnare da esse, si divertono a imitare la voce dell’orco o della bambina smarrita, sono attenti agli sguardi dei loro piccoli spettatori, modificano il testo quando occorre, aggiungono rumori mimica, parole, modificano la voce… e gli allievi li divorano con lo sguardo. Perché il piacere dell’adulto è indispensabile alla riuscita della narrazione, dell’atto narrativo. «Raccontare una storia senza trovarci piacere per se stessi, senza’meravigliarsi del proprio potere di suscitare l’interesse o l’entusiasmo dei bambini, senza lasciarsi prendere dal fascino che può avere la propria voce… in breve, raccontare una storia rifiutando il suo premio di autosoddisfazione, sottrae alla narrazione molta della sua efficacia» (Hochmann).

Il piacere dell’adulto e quello del bambino si incontrano e provocano l’atmosfera tipica della narrazione. Immaginare, fabbricare un pensiero, tanti pensieri, sono attività della coscienza, sorgenti di un piacere speciale. Che si trasforma nella base di ogni altro apprendimento. Il verbo leggere, per esempio, non si può coniugare all’imperativo. Il “piacere” di leggere si impara con una trasmissione umana, calda, affettuosa. Esiste una certa diversità tra l’imparare “per dovere” o per costrizione e imparare “per piacere”. Questo vale soprattutto per l’insegnamento religioso.

L’alfabeto della vita

Esiste un alfabeto della vita e le narrazioni sono il modo privilegiato della vita per comunicarlo alle nuove generazioni. Il ritmo di un racconto è un respiro spirituale che mette insieme il mondo degli adulti e quello dei piccoli, i racconti sono un tuffo in un mondo di simboli che appartengono non ad un’età, ma al semplice fatto di essere “umani”. Come scrive Mircea Eliade: «Il pensiero simbolico non è dominio esclusivo del bambino, del poeta o dello squilibrato, esso è connaturato all’essere umano: precede il linguaggio e il ragionamento discorsivo. Il simbolo rivela determinati aspetti della realtà – gli aspetti più profondi – che sfuggono a qualsiasi altro mezzo di conoscenza.

Le immagini, i simboli, i miti, non sono creazioni irresponsabili della psiche, essi rispondono ad una necessità e adempiono una funzione importante: mettere a nudo le modalità più segrete dell’essere. Ne consegue che il loro studio ci permette di conoscere meglio l’uomo, l'”uomo tout court”, quello che non è ancora sceso a patti con le condizioni della storia. I sogni, le fantasticherie, le immagini delle sue nostalgie, dei suoi desideri, dei suoi entusiasmi, ecc., sono tutte forze che proiettano l’essere umano storicamente condizionato in un mondo spirituale infinitamente più ricco rispetto al mondo chiuso del suo “momento storico”» (M. Eliade, Immagini e simboli. Soggi sul simbolismo magico-religioso, Milano, Jaca Book, 1984, pp. 16-17).

Ben lo sanno coloro che devono, per professione o missione, “parlare” a bambini e ragazzi. I loro ascoltatori sono irrequieti e distratti nei confronti di parole e ragionamenti, ma sbocciano in una silenziosa attenzione, appena l’educatore “comincia una storia”. Raccontare quindi non è un facile trucco per conquistare l’attenzione dei ragazzi e martellarli poi di sorpresa con le parole “che contano”. I bambini e i ragazzi sono conquistati dalle narrazioni, perché raccontare è un magnifico modo di comunicare.

L’uomo è un animale narrante

narrare-raccontare.jpgÈ l’esperienza di tutti i giorni: uomini e donne amano moltissimo raccontare storie. Si racconta per la strada, al bar, nei treni. Dappertutto risuonano racconti che dilatano la vita; non importa se sono veri o falsi. I giornali e i libri raccontano e offrono questi “allargamenti” dell’esistenza. Si racconta molto in famiglia: quello che è successo a scuola e al lavoro, gli incontri, ciò che si è visto per la strada. I programmi trasmessi dalla televisione sono costituiti soprattutto da racconti: telefilm, commedie, sceneggiati, cartoni animati… Perfino notiziari e documentari sono spesso confezionati come racconti, per attirare l’attenzione.

Il bambino, durante il giorno, stanca gli adulti ponendo domande senza sosta. Le domande riguardano la formazione di un concetto: «Che cos’è questo?». Da questo tipo di domanda nascono quelle che contano di più, quelle che cominciano con «Perché?». Poi, alla sera, prima di abbandonarsi al sonno, il bambino chiede che gli sia raccontata una storia. Storie di gnomi e di tigri che divorano la gente, di lupi vestiti da nonne e di giganti che vivono in cima ad uno stelo di fagioli; storie che si svolgono tutte “una volta”, in ilio tempore, e in un luogo lontano, in ilio loco, non nel “qui e adesso” di un letto caldo e confortevole.

Le storie dei tempi spaventosi e degli eventi terribili circondano il letto con una barriera che gli spiriti non possono varcare. Permettono al bambino di affermare, sebbene inconsciamente, che il “qui e adesso” è al sicuro, che non è vulnerabile da parte delle forze sconosciute ed ostili. Insomma, le storie che raccontiamo ai nostri bambini prima di dormire esorcizzano l’ignoto, in modo che il conosciuto possa essere affermato come sicuro e buono. Nello stesso tempo invitano ad un’esplorazione ulteriore in quanto suggeriscono che la realtà, il mondo del “qui e adesso” proprio del bambino, non esaurisce le possibilità di ciò che potrebbe accadere.

Le storie umane esprimono il modo di essere nel mondo e il modo di vivere in relazione ad esso. Proprio per questo gli psicologi dell’inconscio fanno sempre più riicorso a storie di vita per capire e curare i loro pazienti. Le cure psicoterapeutiche iniziano generalmente con l’anamnesi della storia del paziente. La psicanalisi freudiana richiede in gran parte che il paziente racconti la sua storia. La capacità di organizzare i propri ricordi e di sperimentare se stesso come soggetto unico di un racconto, continuo, in breve la capacità di raccontare la propria storia, è una condizione assoluta di salute mentale. Lo stesso Freud ha definito la fiaba «una scala che affonda nelle viscere della terra».

«La potenza dì modificazione che la fiaba induce risulta sempre sorprendente: vedo le persone che scuotono la testa incredule, alzandosi dal lettino, per tutto ciò che sono state capaci di produrre e di assemblare, per la leggerezza della fantasia, per i suoi giochi aerei. E per come, incredibilmente, quella stupida fiaba che hanno narrato abbia saputo risolvere quell’interrogativo, abbia risistemato quegli equilibri, consegnato informazioni essenziali». E la singolare testimonianza della psicologa clinica M. Cristina Koch Candela.

Le molteplici funzioni di un racconto

In forma sintetica, secondo diversi studiosi, le principali funzioni di una narrazione sono le seguenti:

1) I racconti destano curiosità

È davvero una “storia” antica. Cesario di Hei-Jisterbach racconta che, nel XIII secolo, un abate cistercense, Gerardo, predicava ai conversi che sonnecchiavano. L’abate si fermò, poi cominciò: «C’era una volta un re che si chiamava Artù…». Tutti si risvegliarono. E Gerardo notò: «Quando parlavo di Dio voi dormivate e per ascoltare delle favole vi svegliate». Uno dei più grandi disturbi della comunicazione umana, in questi nostri tempi, che per altro, si vantano di essere “l’era della comunicazione”, è proprio quello di essere irrilevante e noiosa per le troppe pretese di tecnicismo e specializzazione.

Siamo spesso circondati da «abracadabra inintelligibili», sosteneva il teologo Schillebeeckx. Chiunque debba comunicare con dei bambini e con dei ragazzi, oggi, si accorge facilmente che le parole (soprattutto quelle astratte) stanno diventando una barriera insormontabile. I ragazzi le subiscono e solo radamente le comprendono. Le parole, spesso così abbondanti, di tanti educatori sono come aeroplanini di carta che volano sulle teste dei ragazzi e poi finiscono nel cestino della carta straccia.

 

2) I racconti collegano con la storia, quella terra comune in cui affondano le radici di tutte le nostre esperienze.

Gesù di Nazareth era un grande narratore. Parlava in immagini, ma le storie che raccontava affondavano le radici nella vita della gente che lo ascoltava. Parlava della vita in modo tale che gli ascoltatori la vedevano in modo nuovo e sorprendente. Li aiutava a scoprire come le cose della vita sono piene di parole, se vogliamo ascoltarle, e piene di immagini, se vogliamo guardarle. Apriva nello stesso tempo occhi e orecchi.

Essere senza storia significa essere incapaci di mettersi in relazione con gli altri e anche con se stessi, con il mondo e con Dio. Gli uomini senza storia vivono in una situazione di insicurezza patologica e radicale. Ai giovani di oggi si rimprovera proprio di essere senza-storia, gente senza passato e quindi senza futuro, fluttuanti in un esasperante “presentismo”.

 

3) I racconti hanno una grande forza di coinvolgimento esistenziale e conducono a prendere decisioni di vita

Stany Simon ha condensato il valore pedagogico del racconto in alcune formule suggestive: «L’immaginario crea uno spazio nuovo. In questo spazio nuovo, ciò che appare impossibile diventa possibile. L’impossibile divenuto possibile permette il cambiamento. Questo cambiamento ha un effetto salutare per il gruppo e per l’individuo. Né il mediatore né la mediazione sono neutri».

L’esempio migliore di questa forza della narrazione viene dalle narrazioni bibliche. Come si dirà ancora e più ampiamente in seguito, il profeta Natan narra a Davide una storia che lo costringe ad aprire gli occhi sulla propria situazione. Le parabole di Gesù sono solo belle storie per molti. Per chi le ascolta veramente sono un invito pieno di forza al cambiamento.

 

4) I racconti aiutano a ricordare

Lo insegna l’esperienza: è molto più facile ricordare una storia che un insieme di ragionamenti astratti. Duemila anni fa, il poeta greco Simonide di Ceo insegnava che per ricordare le cose più complicate bastava inserirle in una specie di raccontino di viaggio di cui si era protagonisti.

 

5) I racconti stimolano il cervello destro, l’immaginazione, il cuore, la totalità

Nello stesso tempo rimettono in vigore il potere originario delle parole. Stiamo assistendo al lento avanzare d’un nuovo modo di essere e di pensare. Un altro modo di vivere in società. La musica ne è l’inizio e il segno. I giovani che camminano per le strade, si aggirano per i cortili o se ne stanno seduti tranquilli sul pullman della gita scolastica con la cuffia del walkman incollata sulle orecchie sono “qui”, ma sono “altrove”. I ragazzi che “guardano” la televisione due o tre ore al giorno in media, quando devono semplicemente “ascoltare” delle parole, di solito astratte e logicamente interconnesse, si sentono veramente spaesati.

Oggi coesistono due modi di capire e di comunicare. In modo schematico potremmo definirli la Galassia Gutenberg e l’Universo Marconi o Mondo della parola e Mondo dell’audiovisivo o anche Cervello sinistro e Cervello destro. L’emisfero sinistro è la fonte della massima parte del nostro potere di linguaggio, di quello che definiamo “ragionare”, della riflessione logica. L’emisfero destro del cervello è largamente non linguistico e non logico: è il regno dell’emozione, della musica, della suggestione. Senza dubbio non si possono separare col coltello questi due linguaggi, così mescolati nella vita quotidiana.

Tuttavia conoscere la distinzione tra i due linguaggi e i due modi di comprendere è un’esigenza vitale per chi vuole capire il nostro tempo, particolarmente le nuove generazioni e la loro cultura. Nel campo della comurnicazione religiosa i due linguaggi coesistono da sempre. Il catecheta Babin li definisce la “via catechistica” e la “via simbolica”. Nella via catechistica gli ascoltatori sono messi di fronte ad un messaggio presentato prevalentemente sotto forma di verità dogmatiche e di enunciati teologici. Nella via simbolica il messaggio è enunciato prevalentemente sotto forma di storie, di sentenze chiave, di immagini e di impatti emozionali.

Una buona comunicazione religiosa armonizza i due linguaggi: ci vogliono i simboli e i riti, come pure la logica e la riflessione. “Raccontare storie” è uno dei modi più efficaci per costruire un “ponte” tra i due universi comunicativi. Un racconto libera sempre le ricchezze impreviste e creatrici dell’immaginazione. Harvey Cox scrive: «L’immaginazione è la sorgente più ricca della creatività umana. Teologicamente parlando, riproduce nell’uomo l’immagine di Dio Creatore».

«Leggi con tuo figlio una pagina tutte le sere», consigliano i pediatri americani ai genitori che hanno figli con problemi di rendimento scolastico, di eccessiva agitazione o addirittura di salute mentale. Le belle storie si stanno manifestando più efficaci di mesi di cura a base di tranquillanti e stimolanti. «Stiamo assistendo» dice una ricercatrice della Boston University, «al passaggio da una generazione, la cui base cognitiva era formata sulla stampa, ad una formata sui media elettronici: non solo TV, ma walkman, videoregistratori, giochi al computer.

Tutti insieme hanno creato un clima di resa davanti ad un turbinio di immagini prefabbricate che finiscono per dominare il bambino. E lui non è più capace di crearsi immagini mentali, quelle che noi tutti abbiamo imparato a costruire attraverso la lettura e l’ascolto di storie. Un bambino così non sa ascoltare, non sa inventare, quindi non sa neppure scrivere». Anche per questo, il racconto, dimenticato, svalutato, deprezzato, riconquista con forza la scena pedagogica. Le scuole organizzano sessioni di storytelling, si rifanno vivi i narratori professionali, le università aprono corsi di «narratologia».

Al di là di tutti gli aspetti più o meno teorici, il momento della narrazione è un momento particolare, privilegiato. In questo nostro tempo, i ragazzi sono insaziabili ma passivi consumatori di immagini. Insegnare immaginazione, cioè capacità di creare immagini, è un compito educativo primario. I racconti e le fiabe guidano adulti e ragazzi verso l’interiorità e la riflessione. Prima di tutto, perché sono basati sulla parola.

La parola “narrata” produce nella mente onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e suoni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio. Un racconto “narrato” diventa vivo, capace di suscitare le parole dei ragazzi riguardo alle loro esperienze, alle loro emozioni, alle loro idee nascenti. Un racconto, una favola, una storia sono sempre ascoltati con partecipazione, perché sono brandelli di vita. La vita è sempre una storia, la “mia” storia.

 

6) I racconti creano rapporti nuovi, aiutano a superare le divisioni e rompono il guscio dell’isolamento

Nella cornice di un racconto, i ragazzi scoprono quello spazio nuovo, libero, dove hanno diritto di cittadinanza fantasie e meraviglioso, dove veramente l’impossibile diventa possibile. I racconti sono il modo più utile per fornire basi di speranza e di moralità. La fiaba prende molto sul serio le ansie e i dilemmi esistenziali e s’ispira direttamente ad essi: il bisogno di essere amati e la paura di non essere considerati, l’amore della vita e la paura della morte. Inoltre, la fiaba offre soluzioni in modi che il bambino può afferrare in base al proprio livello intellettivo.

Per esempio, le fiabe pongono il problema del desiderio di vita eterna concludendo talvolta: «Se non sono ancora morti, sono ancora vivi». L’altra conclusione «E vissero felici per sempre» non fa credere per un solo istante al bambino che la vita eterna sia possibile. Essa indica però qual è l’unica cosa che può farci sopportare gli angusti limiti del nostro tempo su questa terra: la formazione di un legame veramente soddisfacente con un’altra persona.

Le storie, anche le più fantasiose, non sono mai una fuga nel puro immaginario, ma una ricerca nel cuore profondo della realtà. Per ritrovare lembi importanti di se stessi. Il racconto non deve mai essere una semplice storia allegorica con intenti moralistici. L’importante in una narrazione è l’esplorazione di quello strano paese che può anche essere dentro l’uomo. Nel regno fantastico dei racconti possiamo aiutare i ragazzi di oggi a scoprire i tratti essenziali del vivere religioso: il mistero, la speranza, la paura, la meraviglia, il silenzio, la parola, la solitudine, la comunione, il sacrificio, la gratuità.

Ogni storia provoca l’identificazione del ragazzo con i personaggi dei quali approva o disapprova il comportamento. Il coinvolgimento provoca le prime riflessioni critiche, un primo “mettersi in questione”. L’aiuto accorto dell’educatore conduce per mano i ragazzi nel “senso nascosto” di un racconto, in quello “spazio verde” dove il dialogo diventa facile, perché i ragazzi trovano simboli accessibili, immagini e parole piene di immagini. Non era forse questo lo stile di Gesù quando raccontava le parabole? Anche i ragazzi di oggi hanno “le orecchie per intendere”.

 

7) Raccontare permette di vivere insieme, di ritrovarsi nell’emozione, nella riflessione, nel giudizio, nella decisione

Raccontare cementa un gruppo. «Ti ricordi del giorno, quando ti è successo questo o quando ci hai raccontato quello che avevi visto? ». Lo ricorda Daniel Pennac nelle pagine di uno dei suoi libri per ragazzi più poeticamente intensi, L’occhio del lupo: «La sera, quando Africa accendeva i fuochi, non passava molto che ombre nere scivolassero fino a lui. Ma non erano ladri, né animali affamati. Era la folla di coloro – uomini e bestie – che venivano ad ascoltare le storie di Africa, il piccolo pastore del Re delle Capre.

Lui parlava loro di un’altra Africa, l’Africa Gialla. Raccontava dei sogni del dromedario Pignatta, misteriosamente scomparso. Ma raccontava anche storie dell’Africa Grigia, che conosceva meglio di loro, benché non ci fosse nato. “Racconta bene, eh?”. “Sì, racconta benissimo!”. E all’alba, quando ognuno se ne andava per conto suo, era come se rimanessero insieme».

Ciò che si ricorda di più, a distanza di tempo, non è quasi mai la storia raccontata, ma il senso di vicinanza, di autenticità e di condìvisione che ha caratterizzato il momento del racconto. Si ricorda di essere stati complici di una scoperta, di un viaggio meraviglioso, della condivisione di un segreto. Le storie fanno passare dalla comunicazione alla comunione, alla comunità: quando l’insegnante comincia a raccontare (soprattutto se la storia è avvincente e il narratore conosce il suo mestiere) i bambini si avvicinano l’un l’altro, creando un cerchio fatto non solo di corpi, ma di aspettativa gioiosa e di un sentimento di fiducia e di appartenenza.

Il narratore “affida” qualcosa di intimo, di proprio, di personale agli ascoltatori. Gli ascoltatori “si fidano” di colui che decide di narrare. Il narratore e gli ascoltatori intraprendono un cammino insieme verso qualcosa di più profondo, una sorgente nascosta che potremmo chiamare la coscienza dell’umanità, a cui danno un’incarnazione provvisoria e concreta. Da comunicazione, la narrazione diviene comunione, ciò che viene comunicato riguarda la vita concreta del narratore, che la testimonia, e quella degli ascoltatori, che ne sono commossi. «Il discorso spiega, la legge dà ordini, il racconto “converte”».

Ciò significa che raggiunge la persona sia nel suo essere personale, come nel suo essere sociale e la obbliga a prendere posizione di fronte agli aspetti essenziali della vita: la solitudine, l’impotenza, il male, la sofferenza, la morte, la propria identità. Il racconto, nella sua forma più banale, può avere soltanto una valenza informativa: così è, per esempio, dei fatti che leggiamo sul giornale. Ma quando il racconto diventa parabola, narrazione, epica, mito, racconto della passione di Gesù o della sua risurrezione, esso fa appello ai nostri sentimenti, ai valori, alle scelte della vita, e provoca un cambiamento, una trasformazione, una “conversione”.

Questo avviene perché, generalmente, ogni racconto si snoda mostrando i cambiamenti, vissuti dall’eroe, così che l’ascoltatore si sente spontaneamente invitato a cambiare lui stesso. Si capisce che qui non si tratta, prima di tutto, di una conversione in senso religioso, ma nel senso in cui la intendono gli psicologi: una trasformazione del modo di sentire, del modo di comprendere, del modo di pensare. Proprio per questo importante fattore di relazione tra persone, anche il !uogo e il momento della narrazione non possono essere neutrali. C’è una sola atmosfera giusta per la narrazione: può essere definita in modo adeguato dalle parole “qui si sta bene”. Si tratta soltanto di riaccendere l’antico fuoco: sarete meravigliati da quante persone vi si stringeranno intorno.

 

8) I racconti sono la via maestra dell’educazione religiosa

In tutte le religioni del mondo i racconti hanno avuto un ruolo insostituibile, spesso addirittura “fondante”. Il raccontare è più che un metodo; il raccontare non è solo uno strumento per la psicanalisi e una trovata descrittiva per la teologia; è fondamentale per la formazione dell’identità personale e religiosa. Allo stesso modo in cui gli individui creano e sono creati dai racconti, le religioni creano e sono create dai racconti. Il racconto rappresenta il cuore della religione, i suoi eventi religiosi originari. La narrazione ripropone una tradizione religiosa, gli elementi validi ed essenziali del passato. Il Baal Shem dice: «La dimenticanza porta all’esilio. Il ricordo è il segreto della redenzione». È attraverso il racconto che noi ricordiamo i segreti delle nostre tradizioni.

L’arte di raccontare

narratore-di-storie.jpgPrima ancora della narrazione c’è il narratore. Il filosofo tedesco Walter Benjamin (1892-1940) ha cercato di analizzare l’importante compito umano di colui che decide di diventare “narratore”. Benjamin constata in primo luogo che il declino dell’arte di raccontare è legato al declino del valore dell’esperienza e della saggezza. La narrazione è una forma artigianale di comunicazione in cui il narratore non trasmette un oggetto, come fosse un pacchetto di conoscenze o un libretto di istruzioni, ma che implica se stesso nella comunicazione, con la quale cerca di dare consigli pratici di vita, aprire alla saggezza, creare la comunità attraverso uno scambio di esperienze.

Il narratore non è un insegnante, né un poeta, né un teorico, né semplicemente un furbo, ma una persona che scopre un sentiero profondamente umano “nella sua carne” (mani, occhi, bocca, parole modulate, posizione, tono, ecc.) per comunicare una verità da lui vissuta che provochi un qualche cambiamento nei suoi ascoltatori.

Il narratore è un maestro e un saggio, quasi un guru. Gli ascoltatori di una storia non sono isolati, ma “dentro” la narrazione, coinvolti. È questa la forza segreta di un racconto. Una narrazione non riferisce semplicemente una trama, non descrive, non riporta soltanto dei fatti: simultaneamente parla all’ascoltatore, lo interpella, lo sconvolge, lo spinge a cambiare. Costringe chi ascolta a fare quell’autentico lavoro di interpretazione che Ricoeur descrive con il termine appropriazione.

L’arte e la tecnica del raccontare non si possono imparare da un libro. Si acquisiscono imitando i maestri e con l’esperienza. I maestri sono dappertutto, perché dappertutto c’è gente che racconta. «Che cosa è capitato? Che novità mi porti?». Per rispondere bisogna raccontare. Raccontare in modo che l’interlocutore riviva l’avvenimento. La parola d’ordine di ogni vero racconto è partecipazione.

Raccontare permette di rivivere insieme, di incontrarsi nell’emozione, nella riflessione, nel giudizio, nella decisione. Solo l’esercizio consente di arrivare ad una vera esperienza. Spesso si tratta solo di vincere una certa ritrosia. Mettersi a raccontare è sempre scendere dal piedistallo, abbandonare la maschera del ruolo, scendere a livello dei bambini e della loro piccola esperienza.

Alcune modeste «istruzioni per l’uso»

La prima viene da Bruno Bettelheim: «Perché possa comunicare appieno i suoi messaggi consolatori, i suoi messaggi simbolici, e, soprattutto i suoi significati interpersonali, una fiaba dovrebbe essere raccontata piuttosto che letta. In questo caso, chi legge dovrebbe essere coinvolto emotivamente sia dalla storia sia dal bambino, provare un senso di empatia per quanto la storia può significare per lui.

1) La narrazione è preferibile alla lettura perché permette una maggiore flessibilità».

2) Gli occhi del narratore devono incontrarsi con quelli degli ascoltatori. Chi racconta deve aiutarsi con dei movimenti, con la mimica, con l’intonazione della voce.

3) Il buon narratore si appropria della storia, la arricchisce con la sua persona, la fa vivere. Per lui il testo diventa una testimonianza. Se vive interiormente ciò che racconta (soprattutto quando si tratta di un testo biblico) è lui stesso ad essere trasformato. Afferma ancora Bettelheim: «La narrazione della storia ad un bambino, per ottenere la massima efficacia, deve essere un fatto interpersonale, plasmato da coloro che vi partecipano».

4) Il buon narratore ha chiaramente in testa l’essenziale che vuol comunicare, è sicuro dello svolgimento, della trama, dei personaggi, dei dialoghi, per non avere poi esitazioni durante la narrazione.

5) Il narratore efficace non mette mai al primo posto l’intenzione didattica, cioè non “tira fuori la morale della storia” a tutti i costi. A questo riguardo esiste una significativa storia orientale: 

Un discepolo una volta si lamentava con il maestro: «Ci racconti delle storie, ma non ci sveli mai il loro significato». Il maestro rispose: «Che ne diresti se qualcuno ti offrisse un frutto e lo masticasse prima dì dartelo?».

Nessuno può sostituirsi all’ascoltatore per trovare il suo significato. Neppure il maestro. E Bettelheim: «Ascoltare una fiaba e recepire le immagini che essa presenta può essere paragonato a uno spargimento di semi, che solo in parte germogliano nella mente di un bambino».

6) Un racconto non è mai la “spiegazione” di un testo. È necessario evitare anche di fare un legame esplicito tra un’immagine fiabesca e qualche immagine biblica. A qualcuno la mela di Biancaneve può far venire in mente la mela di Adamo ed Eva. Ma Gesù non è il principe azzurro. I racconti non sono fatti per “far passare” un messaggio religioso senza che gli allievi se ne accorgano.

7) Non bisogna neppure limitarsi al racconto vero e proprio. Un buon narratore lo fa diventare un momento di intensa partecipazione vitale. Crea l’atmosfera adatta. Lascia che i bambini e i ragazzi rispondano con fantasia alla fantasia. Li stimola a partire dal significato esperienziale del racconto per creare messaggi personali, manifesti, mimi, montaggi, canzoni, storie all’incontrario, ecc.

8) Narrare inserisce educatori e allievi in una struttura dialogica. Il racconto è fatto proprio per consentire ai ragazzi di trovare con il loro insegnante uno spazio d’incontro, in cui anch’essi sentano di avere qualcosa da dire e da condividere. L’incontro con l’insegnante non è incontro con un professore o un maestro in più, ma con un vero amico grande. Proprio per questo i racconti devono essere scelti con cura, dosati con attenzione (esiste anche il pericolo di overdose) e preparati. I ragazzi che si annoiano non imparano assolutamente nulla.

Ci si imbarca in una storia

nave-pirata.jpg«C’era una volta… » e comincia l’incanto: si mollano gli ormeggi. Partiamo, noi e i bambini, verso un mondo di straordinari orizzonti, popolato di animali che parlano, di sirene e di giganti, di streghe e principesse, cioè di esseri che non esistono e,che tuttavia ci rassomigliano stranamente. E anche quando parla della vita di tutti i giorni, una storia lo fa con un certo distacco. Una storia rimane una storia. E anche un bambino di quattro anni capisce che è tutto “per finta” e che, proprio per questo, è totalmente vero. In quel momento adulto e bambini vengono assorbiti in una atmosfera invisibile fatta di calore (di corpi e di cuori), del suono della voce, di gesti, di qualche immagine.

Si naviga così verso un’isola meravigliosa chiamata complicità, che è un altro nome per dire comunione, «lo sono il tuo specchio, Bella. Rifletti per me, io rifletterò per te». Così parla lo specchio nel bel film di Jean Cocteau. Le storie sono anche degli specchi. Chi ci guarda dentro con attenzione, vede riflesso, oltre il proprio volto, le proprie domande, inquietudini e piaceri. Ma si indovinano anche i sentimenti, le emozioni, i movimenti del cuore comuni a orchi e coniglietti, mamme e streghe, scudieri e folletti, e dunque anche al vicino di banco, alla sorellina e ai compagni dell’oratorio.

I bambini capiscono tante cose nello specchio delle storie, soprattutto che non sono i soli a provare invidia o felicità, questa o quella difficoltà, a farsi certe domande. E una grande soddisfazione sentire un bambino dire, con sollievo o fierezza, dopo aver ascoltato una storia: «Anch’io!».

Come una conchiglia piena di echi, una storia risuona a lungo. Il suo modo di operare è sorprendente, come quello di un mago che estrae domande dalla testa dei piccoli come colombe da un cilindro. Una storia è l’arte di dire le verità più profonde e apparentemente inesprimibili usando la finzione. Di spiegare la vita a dei bambini reali con dei personaggi inventati. Una storia è come una conchiglia: la appoggiate all’orecchio, ed essa vi racconta l’oceano. Fonte.

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Dire Dio narrandolo con la Bibbia – Bruno Ferreroultima modifica: 2012-03-25T00:05:00+01:00da kattolika177
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