Perchè la risurrezione di Gesù è una buona notizia?

risurrezione-di-ges%C3%B9.jpgQual è il significato della parola “vangelo”? Vangelo deriva dalla parola greca “eu anghélion” e significa “buona notizia”, anzi “bella notizia”. E qual è la “bella notizia”? La bella notizia è che Gesù è risorto. La bella notizia è la Risurrezione!

Gesù dopo tre anni di predicazione itinerante, di guarigioni, di esorcismi e di segni miracolosi, viene arrestato come sobillatore, processato come eretico e condannato alla crocifissione, morendo come il peggiore dei farabutti. Ma la domenica di Pasqua qualcosa di straordinario ha cambiato per sempre la storia dell’umanità: i discepoli di Gesù, impauriti e disperati, trovano la tomba di Gesù vuota e incontrano il Signore crocifisso vivo! Questo sì che è un miracolo… questo è IL miracolo della fede cristiana.

Una biografia che sfida il buon senso

Quella di Gesù di Nazareth è veramente una storia strana. Normalmente la biografia di un personaggio famoso si conclude con la morte. La storia di Gesù, invece, si conclude con un colpo di scena: il profeta di Galilea è risorto. Quindi per comprendere la parola “vangelo” e la vicenda di Gesù, dobbiamo andare all’ultima pagina della Bibbia.

Siamo abituati a pensare che la storia di Cristo cominci a Natale, con la sua nascita a Betlemme. E invece, è necessario comprendere che tutto ha inizio con quella domenica di Pasqua di circa duemila anni fa. Solo dopo aver fatto l’esperienza del crocifisso risorto i discepoli sono in grado di comprendere pienamente la figura e l’opera di Gesù di Nazareth. È la risurrezione che fa riconoscere il profeta di Galilea come il Signore, il carpentiere di Nazareth come il Figlio unigenito di Dio, Gesù come il Cristo, il messia di Dio.

La risurrezione getta una luce intensa su tutta la vicenda storica di Gesù permettendo finalmente ai discepoli di comprendere e interpretare tutti quei discorsi e quegli episodi della vita del maestro che, lì per lì, sembravano incomprensibili: le guarigioni, il potere sui demoni, la moltiplicazione dei pani, la resurrezione di Lazzaro e quei folli discorsi sulla necessità della sua morte a Gerusalemme. Con la risurrezione diventano comprensibili anche tutte quelle strane storie che si raccontavano sulla nascita del Maestro, della strana gravidanza di sua Madre, Maria, che si è ritrovata incinta senza unirsi con il suo sposo. Ciò che era stato concepito in lei è generato dallo Spirito Santo. Ora i discepoli capiscono.

La risurrezione è, dunque, l’evento che illumina l’intera vicenda terrena del maestro di Nazareth e che permette ai discepoli, e a noi, di riconoscerlo come Signore. La risurrezione rende tutto più “chiaro” e la “chiarezza”, come si sa, ha a che fare con la luce. Tutto allora comincia con la meraviglia di quella domenica di Pasqua: se il Signore non fosse risorto, il movimento di quello sparuto gruppo di pescatori, gabellieri e terroristi sarebbe finito nell’oblio della storia, archiviando la storia di Gesù come quella di una dei tanti messia vissuti al tempo dell’occupazione romana della Palestina. Invece, la risurrezione è il motore che mette in moto tutta una serie di eventi che ci permettono di parlare del Signore risorto a distanza di duemila anni, che ci fanno celebrare il Natale, che hanno dato vita alla Chiesa. Se il Signore non fosse risorto, non ci sarebbe la Chiesa!

Ma perchè Gesù doveva morire?

risurrezione-cristo.jpgLa resurrezione illumina anche l’altro evento oscuro della vita di Gesù, quello più difficile da comprendere per i discepoli e per noi: la morte in croce. Era veramente necessaria una morte così cruenta e violenta? Più in generale, perchè Gesù doveva morire?

La morte è l’evento più drammatico e angosciante della vita dell’uomo. L’esistenza umana si trova a dover fronteggiare questa esperienza angosciante che ci aspetta al varco, inesorabile, inevitabile, al quale nessun uomo può sfuggire, nemmeno il Figlio di Dio. Ogni giorno vissuto è un giorno in meno che ci avvicina alla morte. Scriveva il filosofo Heidegger: «l’uomo è un essere per la morte».

La morte rende tristi, la morte mette angoscia, la morte fa paura… e per combattere la paura della morte, l’uomo ha escogitato una soluzione insufficiente: il benessere materiale. Perchè desideriamo la ricchezza? Perchè ci illudiamo con la sicurezza effimera offerta dall’avere economico. Ci inganniamo credendo che con una grassa quantità di danaro possiamo fronteggiare la malattia, la fame, la nudità e la solitudine, tutte situazioni che hanno a che fare con la morte. L’uomo desidera il benessere economico perchè crede che con la ricchezza potrà allontanare il più possibile il giorno in cui dovrà morire. (crf. Lc 12,13-21).

Ma perchè la risurrezione di Gesù è una bella notizia per l’umanità?

Ebbene, la risurrezione di Gesù è la risposta di Dio alla mortalità dell’uomo. Gesù Cristo, Figlio di Dio che è diventato uomo assumendo in se stesso la vita e la morte umana, è entrato nella tana della morte che tanto spaventa l’uomo. Come una madre, che di fronte al figlio impaurito dal buio, lo accompagna nell’oscurità rassicurandolo, così Gesù Cristo è entrato nella morte dell’uomo per insegnargli il “senso della morte”.

Morire non fa più paura perché Cristo, con la sua risurrezione, ci ha comunicato che la morte dell’uomo non è un evento insignificante e disperato, ma è il compimento eterno di quel progetto che è affidato alla libertà delle nostre mani: la vita. L’esistenza cristiana, vissuta nel progetto evangelico tracciato da Gesù, trova completamento nella risurrezione. Il Figlio di Dio ci ha mostrato che una vita consumata nell’amore per il prossimo, sfocia nella grande svolta della risurrezione.

Questa è la grande differenza tra un cristiano e un non cristiano: credere nella risurrezione. Per il credente, la vita umana è un progetto di crescita nel quale si impara ad amare il prossimo come se stessi. Essa è un “work in progress” che trova il suo completamento nella risurrezione. Per il cristiano, la morte non è la fine della vita ma il completamento di una fase, il passaggio ad una nuova condizione preparata dall’esistenza vissuta nello spazio e nel tempo.

“Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata”. (Prefazio dei defunti I)

Per comprendere questa idea, possiamo fare riferimento alla vita della farfalla. Essa non nasce come farfalla ma come bruco. La vita del bruco è un’incubazione verso la vita di farfalla (metamorfosi). Allo stesso modo, l’esistenza storica dell’uomo è un’incubazione verso l’esistenza eterna. Tutte le esperienze di amore, di donazione, di solidarietà che sapremo vivere nell’esistenza storica, le porteremo con noi nell’eternità e saranno i segni che ci renderanno riconoscibili a Dio Padre. Per questo Gesù risorge conservando i segni della crocifissione: le ferite di una vita consumata nell’amore permettono ai discepoli di riconoscere il maestro e Signore della loro vita.

Le ferite che ci renderanno riconoscibili nell’amore ci ricordano che la prospettiva cristiana della risurrezione non è una semplice consolazione per esorcizzare la paura della morte. Il Signore è stato molto chiaro in proposito: «Chi vuol seguirmi, prenda la sua croce» (Mt 16,24), «Non chi dice Signore Signore entrerà nel Regno dei Cieli» (Mt 7,21-23). Il progetto di vita cristiani illuminato dalla risurrezione chiede il passaggio per la croce, cioè, la capacità di vivere la propria esistenza non più centrata su se stessi, ma sul prossimo. Come discepoli di Gesù, siamo chiamati a lasciarci crocifiggere per amore dei nostri fratelli, cioè a rinunciare a noi stessi per prenderci cura del nostro prossimo («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» Gv 15,13). Il Padre ci chiama, in Gesù, a consumare la nostra vita nell’amore.

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La risurrezione non è “la reincarnazione”

Il conservare i “segni dell’amore” nella nostra carne ci dice un’altra cosa molto importante: noi cristiani non possiamo confondere la risurrezione con la reincarnazione. Purtroppo tanti credenti fanno questo errore. La reincarnazione teorizza che dopo la morte l’individuo si incarni in un altro organismo (una persona, un animale o un vegetale) a seconda del proprio karma. Pensando a questa prospettiva sorge la domanda: «Ma allora io chi sono? Qual è la mia identità? Sono solo un momento dello spirito cosmico?».

La risurrezione di Gesù, invece, insegna che c’è una continuità tra la vita storica e la vita eterna. Una continuità talmente stretta che ogni uomo conserverà nella nuova condizione eterna i “segni dell’amore” che hanno caratterizzato la sua esistenza terrena.

La risurrezione come profezia di quello che saremo dopo la morte

Nessun uomo o donna può conoscere la condizione della vita umana dopo la morte. Si è soliti dire: «Nessuno mai è tornato indietro dalla morte per dirci cosa ci aspetta!». Ma se qualcuno ci spiegasse a parole il mondo oltre-vita, noi riusciremmo a comprenderlo? Abbiamo le capacità intellettuali per comprendere categorie come l’infinito e l’eternità?

Se Gesù Cristo ci avesse semplicemente parlato dell’aldilà, probabilmente non avremmo capito («Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?» Gv 3,12). Egli è l’unico uomo nella storia che è tornato dalla morte, non tanto per parlarci dell’eternità, ma per mostrarcela mostrando se stesso. Noi vediamo in Lui quello che sarà di noi.

La vita terrena dell’uomo è simile a quella di un feto durante i nove mesi di gravidanza. Se chiedessimo al bambino: «Vuoi uscire?», egli nemmeno capirebbe cosa vuol dire “uscire”, perchè il suo universo è confinato ai limiti del grembo materno. Per il feto non c’è un oltre, non c’è un aldilà oltre le pareti dell’utero. Al momento della nascita, il bambino vive l’uscita dal grembo materno come un trauma, in quanto deve lasciare quel posto caldo e accogliente che lo ha ospitato per i nove mesi della gravidanza. Per il bambino si tratta di una vera e propria morte! Solo i genitori che lo attendono all’esterno vivono quel passaggio alla nuova condizione come una “nascita”.

Allo stesso modo, nella nostra condizione terrena, noi non siamo in grado di comprendere l’“oltre”, l’aldilà delle pareti dell’universo fisico. Siamo come il feto confinato nell’utero materno: l’universo fisico è il grembo nel quale sviluppiamo la nostra vita in preparazione di quel passaggio che, vissuto dall’interno, è come una morte, ma che per chi ci aspetta, Dio Padre, è la nascita alla nuova ed eterna condizione.

Dio non ha abbandonato l’uomo alla morte

gloria-cristo-ges%C3%B9.jpgLa Risurrezione è a grande risposta di Dio Padre alla morte del Figlio Gesù e, in Lui, alla morte dei figli di Adamo. La vita acquisisce finalmente il suo significato più autentico: non un semplice susseguirsi di eventi isolati senza senso, ma un progetto composto di esperienze vitali tutte legate tra loro dalla fede e che avrà pieno completamento con la Risurrezione.

Qui si comprende anche il significato più profondo della virtù teologale della speranza. Essa non è il semplice ottimismo di chi dice a se stesso: «Tutto andrà bene», ma è la capacità, ottenuta con il dono dello Spirito Santo di Dio, di saper cogliere il significato degli eventi che si susseguono nella nostra vita. Guardare con gli occhi della speranza, significa saper scorgere il senso dei momenti felici e di quelli drammatici che ci troviamo a vivere.

La resurrezione, in questo senso, è la speranza più grande, in quanto è capace di dare significato alla morte. Cosa c’è di peggio di una morte senza senso, cioè, di una morte disperata? La risurrezione è la speranza della morte: essa è la prospettiva della vita umana vissuta in Cristo capace di far leggere la vita come progetto, dando significato e senso all’evento più importante della vita umana: la morte. 

Una ricaduta iconografica

Noi cattolici siamo soliti riconoscerci nell’immagine della croce con Gesù crocifisso. Purtroppo questa immagine offusca non poco la verità della Risurrezione, fermando il ricordo di Cristo solo al venerdì santo. Io credo che sia più opportuno presentare la croce senza crocifisso, così che dall’immagine del crocifisso si passa al “simbolo” della resurrezione. L’uomo dei dolori del venerdì santo non è più sulla croce perchè è risorto!

La croce senza crocifisso rimanda alla domenica di Pasqua senza aggirare il venerdì santo. Inoltre, il simbolo della croce senza crocifisso, equivale alla rappresentazione del Signore risorto che conserva nella sua carne i segni della passione: il vivente della domenica di Pasqua è lo stesso crocifisso del venerdì santo e il crocifisso del venerdì santo è lo stesso vivente della domenica di Pasqua.

Liturgicamente potremmo rendere questa simbologia sostituendo nelle nostre chiese, almeno nel periodo di Pasqua, la croce con il crocifisso con la croce vuota, simbolo del Signore Risorto.

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Perchè la risurrezione di Gesù è una buona notizia?ultima modifica: 2012-03-31T00:05:00+02:00da kattolika177
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