I giorni del lutto – La perdita di una persona cara può annientare e gettare chiunque nella disperazione. Anche le relazioni familiari possono essere sconvolte dal dolore. Eppure, possono diventare lacrime che fanno crescere.

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Anche le relazioni familiari possono essere sconvolte dal dolore. Nei due anni successivi alla morte della madre il critico letterario francese Roland Barthes scrive un diario intitolato “Dove lei non è”. Straziante analisi di un dolore senza respiro in cui il grande intellettuale, geniale interprete dello strutturalismo, racconta la sua solitudine assoluta e indicibile.

Quando vive questa situazione di dolore depressivo e abissale, il critico ha già superato i 60 anni. Un’età in cui, si dice, sguardo lungo sulla vita e la trama delle relazioni familiari dovrebbero servire a mitigare l’acuto desiderio di annichilimento che deriva dalla morte di una persona cara. Ma Barthes scopre, forse per la prima volta in modo compiuto, di essere solo, assolutamente solo. Qualche mese dopo, sconvolto e incapace di trovare in se stesso e negli altri le ragioni per tornare ad alzare lo sguardo sul domani, l’intellettuale viene investito da un furgone mentre, assorto nel suo dolore cupo, attraversa la strada, e muore. Esempio estremo di come il lutto in età adulta possa, in alcune circostanze, aprire la strada alla disperazione e frantumare ogni risorsa interiore.

Capita purtroppo che di fronte alla morte improvvisa di un figlio, della moglie o del marito, di un genitore, di un fratello, anche la persona in apparenza più forte ed equilibrata viva giorni oscuri e non riesca più a riallacciare il filo di una realtà che la sofferenza fa apparire grigia, vuota insensata, se non addirittura ostile e paurosa. Le grandi domande di senso si trasformano in blocchi di granito che soffocano l’anima e spengono qualsiasi soffio di vitalità interiore. Anche la fede conosce spesso la sospensione dolorosa del vuoto.

sant-agostino.jpgScrive sant’Agostino nelle Confessioni a proposito della morte della madre Monica: “Privata della grandissima consolazione che trovava in lei, la mia anima rimaneva ferita e la mia vita, che era stata tutt’uno con la sua, rimaneva come lacerata”. Sembra, in questi momenti, di aver smarrito la propria collocazione nella realtà e può capitare di immaginarsi come puntino impazzito di un universo rimescolato che improvvisamente abbia perso ogni coordinata, ogni riferimento, ogni approdo sicuro. In queste circostanze, quando tutto dentro e fuori si svuota di significato e le lacrime, per dirla ancora con Agostino “si stendono sotto il cuore come un giaciglio”, anche le relazioni familiari rischiano di subire contraccolpi terribili. Non sono gli affetti a venire meno, ma è l’angoscia derivante dalla perdita che impedisce di ricollocare le tessere delle relazioni che contano nel puzzle dell’interiorità più profonda.

La sofferenza radicale di un lutto agisce sulla nostra anima come una dirompente energia negativa capace di mandare in tilt i codici di ogni certezza. Chi vive accanto a un familiare che si trova immerso in questo geroglifico di emozioni dolorose fatica quasi sempre a comprendere come dosare la propria presenza, i propri gesti, le proprie parole. La prova della morte che rivoluziona ogni punto fermo e immerge l’anima in un altrove abitato dall’inaudita testimonianza del dolore sembra non esigere altro se non silenzio e rispetto.

Anche le relazioni familiari devono passare attraverso quella via stretta che, in modo tecnico e un pò fastidioso, si chiama elaborazione del lutto. Cioè quel momento più o meno dilatato che serve per rimettere ordine dentro se stessi. Forse in questi momenti non occorre fare altro che stare. Esserci. Far sentire la propria presenza e la propria disponibilità in modo non invasivo. Molto spesso i discorsi sono inutili. I gesti vengono visti come esagerati o inopportuni. I richiami devoti e le sollecitazioni alla preghiera rischiano di non offrire più alcuna risonanza. Quasi sempre sono le parole del silenzio e la vicinanza affettuosa ad assumere valore di conforto.

Da sempre la mistica cristiana sa che il com-patimento, cioè il soffrire insieme a chi si ama, non solo nelle circostanze luttuose, diventa la più alta prova di generosità, di affetto, di amore. Condividere il dolore spesso già significa lenirne in parte gli effetti. Non serve esibire qualità di analisi psicologica. Pazienza, sensibilità e preghiera sono spesso la ricetta migliore per contribuire alla ricostruzione di quelle relazioni sconvolte dalla grande eversione del dolore. Nella sua solitudine immobile Roland Barthes scrive: “Non desidero nient’altro che abitare la mia tristezza”. Chi ama potrebbe correggere così: “Non desidero nient’altro che abitare la nostra tristezza e fare in modo che, insieme, giorno dopo giorno, possiamo renderla più lieve e più sopportabile, aprendoci a una nuova speranza”.

 

Lacrime che fanno crescere – Alessia Guerrieri

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La lacerazione derivante dalla morte di un familiare o di un amico può trasformarsi in un prezioso cammino di fede. Che rende capaci di capire il turbamento che scuote la nostra interiorità e di avviarci lungo un percorso di guarigione per noi stessi e per le persone. Il dramma nella vita non è il dolore, che «invece ne è parte integrante, ma la sterilità».

La speranza perciò è che le persone ferite si trasformino poco alla volta «in guaritori, diventino dei giganti», sappiano convertire «le loro esperienze luttuose in un inno alla vita». Padre Arnaldo Pangrazzi, sacerdote camilliano e docente di Pastorale Sanitaria al Camillianum di Roma, snocciola l’argomento “morte” con una certezza: non ci sono kit universali di pronto intervento, anche se l’ancora di salvezza è il cammino spirituale che da quella tragedia inizia. Insomma, il principio di fondo è che «non si vive senza sofferenza, ma non si può soffrire senza la fiducia di rendere fecondo questo dolore».

Comunque, neanche si può guarire «senza aprirsi agli altri, alla Natura a Dio, per re-immergersi nella corrente della speranza». Il lutto è come un prisma che ha lesioni su diversi lati (nel corpo, nella psiche, nel cuore), cosi per elaborarlo serve intervenire in più versanti. In questo processo globale, ammette, «la fede aiuta ad affrontare la sofferenza, però non è necessariamente una difesa contro il dolore, né una garanzia di elaborare la perdita positivamente». Anche le lacrime sono pietra miliare del processo, non sono «un segno di debolezza – anche Gesù pianse alla morte di Lazzaro – ma di sofferenza abitata dall’amore».

Prima i nonni, poi i genitori. Di solito è l’ordine delle perdite degli affetti, ma sovvertendo la legge naturale, talvolta capita che una persona invece di perdere un genitore perda un figlio, è «un dolore lacerante dover seppellire una persona a cui hai dato la vita». Dinanzi ad eventi così inaspettati, all’inizio anche chi ha una profonda fede si sente smarrito, arrabbiato, e continua a chiedersi “perché Dio ha permesso questo?”.

Allo stesso modo chi «invece potrebbe sembrare distante dalla Chiesa e dalla pratica religiosa» non sempre supera con più difficoltà l’esperienza traumatica; molto «dipende delle risorse interiori» che riesce a mettere in campo, spiega padre Pangrazzi. La preghiera e la strada della fede, tuttavia, sembrano essere le costanti per superare il dolore. Quel linguaggio profondo che unisce a Dio, però può essere «abitato dall’amarezza, una ribellione umana comprensibile, nel primo periodo», ma la vera terapia è la preghiera che si aggrappa all’ottimismo, che «cerca di cogliere frammenti di luce in mezzo all’oscurità».

terapia-di-gruppo.jpgC’è chi sceglie quella in solitudine, chi invece imbocca la strada della vita parrocchiale, chi ancora un gruppo di mutuo aiuto, «un luogo per sanare le ferite in linea con l’idea cristiana della comunione, della condivisione nel dolore che si fa forza, come diceva san Paolo». Qui si arriva per essere aiutati, molto spesso poi si resta per confortare, diventando solide spalle nel viaggio della guarigione. Oggi si tende troppo a velocizzare il lutto, aggiunge padre Pangrazzi, a tagliare i tempi della sua elaborazione, spesso non parlandone in casa o a scuola. Ma il silenzio non è una reazione positiva o negativa in sé, ricorda, «l’immagine più potente di presenza nel dolore è proprio Maria, madre silente, ai piedi della croce».

C’è un silenzio, infatti, che è luogo positivo di elaborazione della sofferenza, «uno spazio teologico per l’assimilazione dei principi assoluti» e c’è un silenzio «pieno di risentimento, una chiusura alla società, una protesta contro Dio» che congela il cuore. Il percorso spirituale però non si estingue nella devozione; c’è un passo successivo «molto solido e frequente» di superamento del lutto: la donazione. Dopo aver cicatrizzato le proprie ferite, ci si sente pronti a curare quelle degli altri, «vivendo il messaggio della prossimità, come dei buoni samaritani».

Non servono infatti grandi saperi per portare vicinanza fisica, con l’ascolto, con parole semplici, senza sentirsi custodi di verità supreme; in questo modo si diventa protagonisti, insieme ai sacerdoti, del «ministero della consolazione, facendo come Gesù con i viandanti di Emmaus». Il dolore mortifica, mette a nudo la propria progettualità, ma con il tempo, ripete ancora padre Pangrazzi, «la persona può tramutarlo in accresciuta sensibilità verso gli altri, in amore, che diventa compassione, attenzione soprattutto verso chi ha vissuto la stessa disgrazia».

 

LA STORIA – Antonella e quel figlio che non c’è più

Un dolore inimmaginabile che ti paralizza, che ti fa mancare il fiato. Mamma Antonella non riesce a «descrivere con altre parole ¡l sentimento che provi quando un figlio non c’è più». Il suo, Antonio, è stato portato via dalla strada tre anni fa, in un incidente a Crotone che ancora non ha colpevoli. «Pensando che nessuno mi potesse capire, mi sono isolata da tutti, facendo aumentare solo il dolore, trascinando dietro anche la mia famiglia».

Poi un giorno la mano tesa di un’altra mamma che qualche anno prima aveva perso il suo bambino nello stesso triste modo, le ha fatto conoscere il gruppo di mutuo aiuto e la sensibilità della sua guida, don Claudio. «All’inizio gli incontri mi sembravano un po’ forti – confessa nella sua testimonianza riportata nel libro “Superare il lutto” – mi toccava rivivere i momenti più dolorosi»: il giorno dell’incidente, la chiamata dei carabinieri, suo figlio in un letto d’ospedale ormai senza vita.

Poi, dopo qualche seduta, però, ammette, «mi sono resa conto che questo mi aiutava a tirar fuori sofferenza e rabbia, perché nel silenzio dei primi mesi avevo accumulato dentro di me tanta indignazione e aggressività». Ora, dopo alcuni anni, il dolore non è andato via, «mi accompagnerà per tutta la vita» sottolinea più volte, ma poco a poco «sto riacquistando un po’ di serenità e pace che cerco di trasmettere alla mia famiglia e agli altri».

 

La morte nel pensiero degli intellettuali

La morte, il lutto, l’aldilà, il senso della sofferenza, il silenzio di Dio. Da sempre filosofi, teologi, scrittori, artisti, studiosi di quel grande pianeta solo in parte esplorato che è la mente umana, si interrogano sulla domanda che è alla radice della nostra stessa esistenza. «Perché morire? E dopo, cosa ci attende?». Ecco alcuni tra i pensieri più significativi sul tema:

 

«DOVE SEI DIO NELLA TRIBOLAZIONE?»

c_s_lewis.jpgE intanto dov’è Dio? Di tutti i sintomi questo è uno dei più inquietanti. Quando sei felice, cosi felice che non avverti il bisogno di Lui, cosi felice che sei tentato di sentire le sue richieste come un’interruzione, se ti riprendi e ti volgi a lui per ringraziarlo e lodarlo, vieni accolto (questo almeno è ciò che si prova) a braccia aperte. Ma vai da Lui quando il tuo bisogno è disperato, quando ogni altro aiuto è vano, e che cosa trovi? Una porta sbattuta in faccia, e il rumore di un doppio chiavistello all’interno. Poi, il silenzio (…). Che cosa significa? Perché il Suo imperio è cosi presente nella prosperità, e il Suo soccorso cosi totalmente assente nella tribolazione?… Ho cercato di spiegare alcuni di questi pensieri a C. oggi pomeriggio. Mi ha ricordato che la stessa cosa sembra essere accaduta a Cristo: «Perché mi hai abbandonato?». Lo so. Questo la rende più facile da capire? (C.S.Lewis, “Diario di un dolore”, Adelphi, 1990).

 

«AMARE? CREDERE CHE L’AMORE NON MORIRÀ MAI»

leo-tarcisio-goncalves-pereira.jpgChe cosa bella. Quando un nostro caro muore e ritorna a Dio, egli ci porta nel suo cuore. Io sto in Dio attraverso il cuore di quelli che mi amavano e che in questo momento, sono già arrivati a immergersi nel cuore di Dio. C’è un po’ di noi nel cielo. Quando moriremo non andremo verso un luogo completamente estraneo, perché una parte di noi sta già in Dio. Ci incontreremo tutti nel cielo. L’amore che viviamo non muore mai. L’amore non muore. L’amore si trasforma. Amare significa credere che l’altro non morirà, mai. (Leo Tarcisio Goncalves Pereira, “La cura dei traumi della morte”, Edizioni Messaggero Padova, 2009).

  

«I DEFUNTI, NOSTRE GUIDE VERSO LA VERITÀ’»

anselm-grun.jpgI defunti sono presso Dio e intercedono per noi. Noi possiamo rivolgerci a loro nella preghiera. Possiamo intrattenere con loro un nuovo rapporto. Possono divenire nostre guide, che ci orientano alla verità (…). Ma perché possa crescere un nuovo tale rapporto con il defunto è necessario un tempo di elaborazione del lutto da parte di chi è rimasto in vita (…). Il defunto è ora presso Dio, nel futuro eterno. Bisogna staccarci dall’immagine che abbiamo conosciuto, per scoprire l’autentica immagine che ha assunto morendo. Per scoprire questa immagine può essere utile continuare a meditare sul passato. Chiedersi cosa abbia veramente sorretto il defunto, che cosa lo muovesse nel suo profondo, che cosa volesse comunicare con la sua vita. (Anselm Grun, “Nella morte la vita”, Queriniana, 2003).

 

IL SENSO DELLA SOFFERENZA

eugenio-borgna.jpgA sentire certi cristiani si potrebbe credere che la fede doni il senso della sofferenza (…). Ora, questo modo di pensare è sbagliato non ci consente più di riconoscerci e di essere riconosciuti nella nostra indole più profonda e più interiore. Gesti, silenzi, sorrisi, batticuori, che nascevano in noi quasi invisibili e indicibili, fuggitivi ed effìmeri, e che venivano immediatamente recisi e ridonati di senso, non hanno ora alcuna consistenza, e soprattutto non destano alcuna risonanza nelle persone che ci circondano. (Eugenio Borgna, “La solitudine dell’anima”, Feltrinelli, 2011).

 

«L’ALDILÀ, RAPPORTO CON LA TOTALITÀ DEL COSMO»

xavier-thevenot.jpgMorte è la cesura tra il modo di essere temporale e il modo di essere eterno nel quale l’uomo entra. Con la morte, l’uomo-anima non perde la sua corporeità: questa gli è essenziale. Non lascia il mondo: lo penetra in forma più radicale e universale. Non entrerà in rapporto con alcuni oggetti soltanto, come quando si muoveva nel mondo dentro le coordinate spazio-temporali, ma con la totalità del cosmo, degli spazi(…). La sofferenza è l’esperienza dell’assurdo: non si capisce niente! La fede cristiana mi impedisce di lasciarmi affascinare da questi sentimenti di stupidità e assurdità. Essa dà la forza di capire che Dio è dalla mia parte e al mio fianco per condurre con coraggio la lotta per dare senso alla mia vita. (Xavier Thévenot, “Ha senso la sofferenza?”, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose, 2009).

 

«LA MORTE? UN VERO ED ECCELLENTE AMICO»

mozart.jpgLa morte è il vero fine-meta della nostra vita. Perciò, già da anni, ho stretto con questo vero ed eccellente amico un’amicizia così profonda che la sua immagine non ha per me nulla che possa spaventarmi. Anzi, al contrario, essa è confortante e consolatrice. (Wolfang Amedeus Mozart, citato in A.Weber, “Weltgeshichte”, Stoccarda, 1966).

 

 

Fonte: Noi Genitori & Figli – Avvenire

Perchè la Risurrezione di Gesù è una buona notizia?

I giorni del lutto – La perdita di una persona cara può annientare e gettare chiunque nella disperazione. Anche le relazioni familiari possono essere sconvolte dal dolore. Eppure, possono diventare lacrime che fanno crescere.ultima modifica: 2012-04-21T10:45:00+02:00da kattolika177
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