Ascoltare e dirigere: giusto interpellare bambini e ragazzi sulle questioni che li riguardano. Mettendo in chiaro fin da subito che su tutto si può discutere ma che in molti casi la decisione finale spetta solo ai genitori

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Che molti genitori siano confusi, incerti e non sappiano come educare i figli è una condizione piuttosto diffusa ma comprensibile. Nella seconda metà del Novecento si è passati dal vecchio stile tradizionale che vedeva i figli in posizione subordinata nei confronti dei genitori a cui dovevano obbedire senza discutere (da cui spesso venivano anche picchiati, umiliati e duramente puniti) allo stile permissivo del post Sessantotto che invece li considera persone a pieno titolo provvisti di diritti pari a quelli degli adulti.

La Carta internazionale dei diritti del fanciullo del 1989, pur avendo come obiettivo centrale la tutela dell’infanzia, ha sancito la “libertà di espressione” del fanciullo e l’uguaglianza tra tutti membri della famiglia: dichiarazioni che, prese alla lettera e non contestualizzate, sono andate a rafforzare le convinzioni astratte dei genitori permissivi. Man mano si è diffusa l’idea che ponendo dei limiti al-l’agire dei bambini si corre il rischio di inibire il loro spirito di iniziativa e la loro creatività. Si comprende dunque perché molti genitori, memori dei danni individuali e collettivi prodotti dai metodi educativi autoritari, si siano sentiti in dovere di aderire ad una visione permissiva dell’educazione, di concedere la massima libertà ai figli e di porli fin da piccoli, al centro delle decisioni familiari.

Ma tra l’autorità di un tempo ormai lontano, che negava lo statuto di persona ai bambini e considerava l’educazione come una somma di condizionamenti basati sulla paura, e il per- I missivismo dei genitori delle ultime generazioni che, con i loro timori, le loro insicurezze e incoerenze rischiano di trasformare i figli in tiranni domestici e adulti insicuri, c’è una distanza molto grande, che lascia spazio ad una terza via e a un diverso tipo di autorità geni-toriale. Il genitore “autorevole” (non autoritario) è affettuoso, disposto al dialogo, favorevole all’autonomia dei figli, è però anche consapevole che l’acquisizione dell’autonomia richiede del tempo, anni, e che uno dei compiti del buon genitore consiste nel-l’indicare regole e limiti e nel farli rispettare.

Se in passato ciò che si richiedeva ai figli era la docilità, ossia una posizione passiva (poco importa se avevano capito oppure no, importante era che obbedissero) oggi, in un mondo dalle rapide trasformazioni, ci si aspetta una posizione attiva: devono certamente rispettare le regole – perché servono per strutturare la personalità, per sviluppare il senso morale, per “umanizzarsi” e formarsi come cittadini — devono però comprenderle, farle proprie, non assumerle per timore dell’autorità e delle punizioni.

L’obiettivo non è di dirigerli come dei robot telecomandati, ma di farne dei “piloti” capaci di auto dirigersi. La capacità di auto-dirigersi però non è istantanea, la si raggiunge crescendo, imparando, osservando gli adulti, riflettendo. Ciò significa che sebbene l’adulto e il bambino siano entrambi persone a pieno titolo non c’è tra di essi un’uguaglianza totale, ma un inevitabile rapporto di forze.

I bambini di oggi sono raggiunti da informazioni d’ogni tipo, ciò non significa però che sappiano orientarsi. E giusto che parlino ed esprimano le loro opinioni perché questo serve per riflettere e capire, per quanto riguarda però le decisioni bisogna fare una differenza tra:

  • le cose che si possono discutere, sapendo che, alla fine della discussione si potrà decidere se farlo o non farlo, volerlo o non volerlo eccetera; molte cose riguardano lo spazio di libertà di personale, per esempio non voglio mangiare la torta di mascarpone perché non mi piace il mascarpone: è un desiderio legittimo che può (e deve) essere assecondato;
  • le cose di cui si può parlare e che i figli possono anche contestare, ma che piaccia o non piaccia tutti siamo obbligati a fare o a non fare; fermarsi se il semaforo è rosso; sottoporsi alle cure mediche se siamo malati; non rubare; non picchiare, rispettare gli adulti eccetera;

nel secondo caso, trattandosi di regole fonda-mentali per la vita individuale e sociale non si può transigere o tergiversare. È giusto e opportuno parlarne, ma alla fine la decisione la prendono i genitori, senza “negoziazione”. Molti oggi consigliano la negoziazione, ma il negoziare implica un parità assoluta che nel rapporto educativo non esiste, in particolare con i bambini: i genitori conoscono il mondo più dei figli. Dopo aver parlato e spiegato, bisogna saper dire con fermezza «è così e non si fa diversamente» a costo di scatenare un conflitto. Ecco un punto dolente: molti genitori temono il conflitto, non sanno come gestirlo.

C’è chi, per incapacità o per paura di non essere amato preferisce cedere lasciando il figlio senza una guida e chi, all’opposto, reagisce in maniera aggressiva: urla, insulta, schiaffeggia, e alla fine ottiene sì l’obbedienza, non si accorge però di inviare un messaggio pericoloso e cioè che i conflitti si risolvono con la violenza.

Anna Oliverio Ferraris, professore ordinano di Psicologia dello sviluppo all’Università la Sapienza, su Noi Genitori & Figli

Ascoltare e dirigere: giusto interpellare bambini e ragazzi sulle questioni che li riguardano. Mettendo in chiaro fin da subito che su tutto si può discutere ma che in molti casi la decisione finale spetta solo ai genitoriultima modifica: 2012-05-04T00:05:00+02:00da kattolika177
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