Ricerche dimostrano che esprimiamo giudizi parziali sulla base di informazioni superficiali e incomplete. Saltiamo alle conclusioni dopo aver ascoltato solo una versione dei fatti pur sapendo che ne esiste un’altra

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Nel 1996, Lyle Brenner, Derek Koehler e Amos Tversky condussero uno studio con l’obiettivo di scoprire in che modo le persone giungono a una conclusione in base a informazioni limitate. Già in uno studio precedente, altri psicologi avevano dimostrato che le persone sono “assolutamente insensibili sia alla quantità sia alla qualità delle informazioni da cui hanno origine impressioni e intuizioni”, perciò i ricercatori sapevano già che noi esseri umani non siamo particolarmente abili nel soppesare i pro e i contro. Ma fino a che punto? Quanto siamo limitati nel valutare tutti i fatti?

Per rispondere a questa domanda, Brenner e colleghi presentarono a un gruppo di volontari alcune ipotetiche cause civili per querela. Tutti i partecipanti ricevevano alcune informazioni di base sugli eventi che avevano portato al processo; successivamente, alcuni ascoltavano gli argomenti dell’avvocato di una delle parti in causa, altri quelle dell’avvocato dell’altra parte. Un ultimo gruppo, infine, essenzialmente una giuria simulata, ascoltava entrambe le versioni.

L’elemento chiave dell’esperimento era che i partecipanti fossero assolutamente consapevoli della situazione: sapevano benissimo di aver sentito solo una delle due parti coinvolte, oppure entrambi. Questo però non impedì a chi aveva ascoltato la versione di una sola parte di esprimere un giudizio con più sicurezza – e più parzialità – di chi aveva sentito entrambe le campane. Ovvero: saltavano alle conclusioni dopo aver ascoltato solo una versione dei fatti pur sapendo che ne esisteva un’altra.

psicologia,pedagogia,educazioneLa buona notizia è che Brenner, Koehler e Tversky scoprirono che invitando i partecipanti a prendere in considerazione l’altra versione la loro parzialità diminuiva: ma non scompariva del tutto. Lo studio dimostrò quindi che le persone non solo sono portate a saltare alle conclusioni dopo aver sentito una sola versione dei fatti, ma è assai probabile che continuino a farlo anche quando hanno a disposizione informazioni aggiuntive che suggerirebbero una conclusione differente. Ne conseguiva, osservarono un pò pessimisticamente gli scienziati, che “le persone non compensano a sufficienza le informazioni mancanti anche quando è assolutamente evidente che quelle che hanno sono incomplete”.

In questa ricerca, i partecipanti avevano a che fare con un insieme limitato di informazioni. Ma nella realtà – specialmente nell’era di Internet – abbiamo accesso a una quantità d’informazioni quasi illimitata. Di conseguenza, per acquisire informazioni e prendere decisioni ci basiamo su regole empiriche, o  euristiche, “scorciatoie mentali” che ci sono necessarie perché diminuiscono il carico cognitivo e ci consentono di organizzare il mondo: se fossimo del tutto razionali, saremmo sopraffatti.

È per questo che a noi umani piacciono le storie: perché sintetizzano le informazioni importanti in una forma familiare e facile da digerire. È molto più semplice capire gli eventi del mondo inquadrandoli nel contesto del Bene contro il Male, o di qualunque altro archetipo narrativo. Come spiega Kahneman, “costruiamo la  storia migliore possibile a partire dalle informazioni che abbiamo… e se è una buona storia, ci crediamo”. Il che implica che a contare è la bontà della storia più che la sua accuratezza.

psicologia,pedagogia,educazioneMa le narrazioni sono irrazionali anche perché sacrificano la completezza di un evento a favore della parte di esso che si uniforma a una certa visione del mondo. Basarsi sulle narrazioni porta quindi spesso a errori e stereotipi. E’ raro che ci si chieda: “Cos’altro dovrei ancora sapere prima di potermi formare un’opinione più documentata e completa?”. Negli ultimi anni, sono stati pubblicati molti libri di psicologia divulgativa dedicati a questa linea di ricerca. Una sintesi della divulgazione sulle distorsioni cognitive e le nostre cosiddette irrazionalità suonerebbe più o meno così: una  quantità minima di informazione, spesso un singolo fatterello, ci è sufficiente per arrivare a conclusioni di cui ci sentiamo sicuri e per produrre nuove narrazioni e acquisire nuove opinioni, apparentemente oggettive, ma quasi sempre soggettive e inesatte.

Le fallacie della nostra razionalità sono quindi state ampiamente illustrate al grande pubblico. Ma in tutto questo c’è un paradosso: i lettori sembrano accettare questi libri in modo acritico, cadendo preda, per ironia della sorte, di alcuni degli stessi errori da cui dovrebbero imparare a guardarsi: informazioni incomplete e storie seducenti. E cioè: venendo a conoscenza del modo irrazionale in cui si tende a saltare alle conclusioni, si formano nuove opinioni sul funzionamento del cervello a partire dalle informazioni limitate appena ricevute. Saltano alle conclusioni su come il cervello salta alle conclusioni, e inseriscono la loro recente conoscenza in una storia più ampia che descrive romanticamente e ingenuamente la loro personale illuminazione.

Per noi esseri umani è naturale ridurre la complessità della nostra razionalità in “bocconi” di idee convenienti e facili da digerire. Bisogna tenere sempre a mente che ci sono sempre versioni diverse della stessa storia. In definitiva, abbiamo bisogno di ricordare le giuste regole dei filosofi: 1) ascoltare e leggere attentamente; 2) analizzare in modo logico le argomentazioni; 3) cercare di evitare di saltare alle conclusioni; 4) non fare troppo affidamento sulle narrazioni. Euripide aveva ragione: chiedere tutto, imparare qualcosa, non rispondere nulla. [Articolo apparso su Scientific American].

Ricerche dimostrano che esprimiamo giudizi parziali sulla base di informazioni superficiali e incomplete. Saltiamo alle conclusioni dopo aver ascoltato solo una versione dei fatti pur sapendo che ne esiste un’altraultima modifica: 2012-05-05T11:06:30+02:00da kattolika177
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